Il futuro di Stati Uniti e Cina questa settimana
Il vertice di Obama e Xi in California darà le prime fondamentali risposte
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Nel summit di questa settimana in California, Barack Obama e Xi Jinping si incontreranno per la prima volta e cercheranno di sfidare il giudizio sempre più comune che Stati Uniti e Cina siano destinati ad un futuro di confronto-scontro. Con questa premessa, Gideon Rachman in Obama and Xi must halt the rise of a risky rivalry sostiene come questa visione pessimistica si basi principalmente sulla base dello spostamento economico: dal 2016, previsione del Fmi che dell'Ocse, o al massimo dal 2018 – secondo l'Economist - l'economia cinese supererà quella americana.
E' vero, sostiene Rachman, che anche allora la media dei cittadini statunitensi continuerà ad essere più ricca di quelli cinesi; che l'esercito americano sarà tecnologicamente molto più avanzato di quello di Pechino, che l'aria di Washington sarà più pulita di quella di Pechino... etc. Ma tutte queste ragioni non escludono il fatto che la crescita della Cina rappresenti la questione geopolitica centrale di questo periodo, ponendo fine al dominio americano come unica superpotenza.
Entrambi i paesi sono consci delle possibilità concrete di uno scontro diretto. Il professore di Harvard Graham Allison definisce la questione come “la trappola di Tucidide”, per descrivere la tendenza - osservata per prima dallo storico greco - di un paese emergente che si scontra con le potenze esistenti. Osservazione tanto reale oggi mentre le tensioni tra Cina e Giappone sulle isole Senkaku si amplifica, potenzialmente spingendo l'America in un confronto diretto contro le mire espansionistiche asiatiche di Pechino.
Il comportamento più assertivo della Cina in politica estera - dagli attacchi cibernetici contro dati sensibili americani ed australiani alla sfida aperta della sovranità giapponese sulle isole Senkaku nel mar cinese meridionale - hanno aumentato i timori di Washington, a cui si sommano le paure cinesi sulle intenzioni americane di rafforzare le sue alleanze in Asia. La politica statunitense nella regione denominata in modo ambiguo “pivot to Asia” è stato interpretato come un modo per contenere la Cina.
Ad oggi i rischi maggiori per destabilizzare la situazione tra i due paesi sono principalmente militari – una maggiore presenza della marina americana nel Pacifico e lo spostamento di più truppe statunitensi attraverso Australia e Filippine in particolare – ma anche la volontà americana di creare un'area di libero mercato nella regione che non includa la Cina potrebbe creare un punto di non ritorno.
Le rivalità, prosegue il Columnist del Financial Times, derivano da una reale differenza di visione per lo scacchiere internazionale del futuro: mentre la posizione americana resta quella che la Cina dovrebbe diventare “un'azionista responsabile” nell'attuale sistema globale, Pechino vuole rinegoziare le regole stabilite durante un periodo di egemonia americana. Mentre gli Usa possono tollerare un maggior peso di Pechino nelle istituzioni internazionali come il Fmi, Washington non può tollerare quello che per Pechino rappresenta il suo sbocco inevitabile, vale a dire una posizione egemonica nell'Asia orientale. Il problema è che la regione diventerà il cuore dell'economia globale, e gli Usa non possono permettersi un ruolo di dominio cinese.
I pessimisti argomentano che in questo contesto una maggiore rivalità sarà inevitabile: se Obama e Xi possono sorprendere gli scettici questa settimana con una serie di accordi sul cyberspazio o sul controllo delle acque nel Pacifico, iniziando a sfidare le profezie auto-avveratesi su uno scontro tra i due paesi.
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