Il Giappone indica la via d'uscita dalla crisi

Le misure intraprese da Abe sfidano l'ortodossia dominante e devono essere il modello per gli Usa

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Il Giappone indica la via d'uscita dalla crisi

In Japan steps out, Krugman sottolinea come dal 2008 il diktat della riduzione del debito e l'inflazione hanno impedito al mondo sviluppato di dare risposte concrete all'alto tasso di disoccupazione. Nulla è permesso, se non maggiore austerità. Ma ora sembra che una nazione abbia deciso di impegnarsi per uscire da questo circolo vizioso: il nuovo governo del premier giapponese Shinzo Abe ha infatti intrapreso una serie di misure sconsigliate dagli ortodossi per far uscire il paese dalla lunga crisi.
Molto prima della grave crisi del 2008,  il Giappone ha registrato una fase di stagnazione economica: dalla fine degli anni '90, la bolla dei titoli azionari e del mercato immobiliare ha spinto il paese in una grave recessione, cui la politica economica non è stata in grado di dare risposte adeguate. Preoccupato dal debito pubblico in espansione, il governo centrale di Tokyo non ha infatti spinto la spesa pubblica al livello necessario per rilanciare l'economia ed ha gettato il paese in una fase di deflazione costante. All'inizio degli anni 2000, la Banca centrale del paese ha cercato di rispondere all'emergenza stampando nuova moneta, ma, nonostante alcuni miglioramenti iniziali, la deflazione non è stata sconfitta. La lezione che Krugman trae dall'esperienza del Giappone è semplice:  è difficile uscire da una situazione d'emergenza per la riluttanza dei governi ad intraprendere misure incisive e drastiche. Per questo, il problema resta più politico ed intellettuale, che strettamente economico.
In America, continua Krugman nella sua analisi, gli ortodossi continuano a paventare uno scenario simile alla Grecia, se il governo non dovesse intervenire in modo deciso sulla riduzione del debito. Ma la Grecia è un paese senza una propria moneta ed il paragone non può reggere. Al contrario, il Giappone offre un modello di riferimento più rilevante: mentre i più pessimisti continuano ad indicare un prossimo collasso finanziario di Tokyo per un debito pubblico doppio rispetto al suo prodotto interno lordo, il Giappone è in grado di finanziare ancora il suo debito di lungo periodo ad un tasso inferiore dell'1%.
Da quando si è insediato come nuovo primo ministro del paese a dicembre, Abe ha iniziato a far pressioni sulla Banca del Giappone per aumentare l'inflazione ed ha promesso un massiccio pacchetto d'intervento dal lato della spesa pubblica. Ed i risultati positivi già si iniziano ad intravedere, con i mercati che si aspettano ora che il paese dalla deflazione si stia spostando nel segno positivo della crescita, con i costi per finanziare il debito che non si sono modificati, data la moderata inflazione prevista.
 In poche parole, la prospettiva economica di lungo periodo di Tokyo è migliorata in modo repentino, grazie ad Abe che ha iniziato a sfidare l'ortodossia dominante oggi nel mondo sviluppato. Il Giappone, conclude Krugman, ha sperimentato per primo i drammi di un'economia in continua stagnazione ed ora può mostrare al mondo quali strumenti utilizzare per uscirne.

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