Il libero mercato globale: una farsa
Non più tollerabile che gli interessi commerciali prevalgano su valori non negoziabili
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Iniziato una decina di anni fa, i negoziati globali all'interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il Doha Development Round non ha prodotto nessun risultato positivo. Le nuove trattative, sostiene Jospeh Stiglitz in The Free-Trade Charade, non si terranno su base globale e multilaterale, ma saranno negoziati due grandi accordi regionali, uno transpacifico e l’altro transatlantico.
Il Doha Round, prosegue nella sua analisi il premio Nobel per l'economia, è stato sabotato dal rifiuto degli Stati Uniti di eliminare i sussidi agricoli – condizione necessaria per il buon esito di ogni negoziato commerciale se si considera che il 70% delle popolazioni nel mondo in via di sviluppo dipende dall’agricoltura. La posizione degli Usa all'interno del Wto è stata davvero incredibile: dopo la pronuncia di illegalità dei sussidi per il cotone in America, la risposta di Washington è stata quella di corrompere il Brasile, che aveva presentato la denuncia, e lasciare che milioni di poveri agricoltori di cotone dell’Africa sub-Sahariana e dell’India soffrano della situazione.
In questo contesto, i negoziati volti a creare un’area di libero scambio tra Usa ed Europa e tra Stati Uniti e gran parte del Pacifico (eccetto la Cina) non realizzeranno un vero e proprio sistema di libero scambio. Al contrario, l’obiettivo è quello di creare un regime commerciale volto ad assecondare quegli interessi speciali che da tempo dominano la politica commerciale dell’Occidente. Ci sono alcuni principi base che non vanno dimenticati: in primo luogo, nessun accordo commerciale dovrebbe mettere gli interessi commerciali davanti agli interessi nazionali più generali, soprattutto quando sono in gioco questioni non legate al commercio come la regolamentazione finanziaria e la proprietà intellettuale.
In secondo luogo, alcuni accordi commerciali hanno insistito anche sulla liberalizzazione finanziaria e la deregolamentazione, anche se la crisi del 2008 avrebbe dovuto insegnarci che l’assenza di una una buona regolamentazione può compromettere la prosperità economica. Il settore farmaceutico americano insieme all’ufficio USTR (Office of the United States Trade Representative), ad esempio, è riuscito a imporre ad altri Paesi un regime sbilanciato per la proprietà intellettuale che mette il profitto davanti alle vite umane.
Infine, deve esserci un impegno alla trasparenza. Ma coloro che sono impegnati in questi negoziati commerciali dovrebbero essere avvisati che gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di impegnarsi sotto quest'aspetto. L’ufficio USTR, ad esempio, è stato riluttante a rivelare la propria posizione negoziale anche ai membri del Congresso americano.
La questione centrale da sottolineare è che gli accordi mettono solitamente gli interessi commerciali davanti ad altri valori, come il diritto a una vita sana e la tutela dell’ambiente. La Francia, ad esempio, auspica un’”eccezione culturale” negli accordi commerciali che le consentirebbe di continuare a sostenere i propri film, di cui beneficia tutto il mondo. Questo e altri valori non dovrebbero essere negoziabili. L’ironia è che i benefici sociali di tali sussidi sono enormi, mentre i costi sono irrilevanti. Ma, continua Stiglitz nella sua analisi, l'avidità di Hollywood non conosce limiti ed i negoziati commerciali dell’America non fanno prigionieri.
Se i negoziatori hanno creato un vero regime di libero scambio che mette al primo posto l’interesse pubblico, dove alle idee dei cittadini comuni viene dato almeno lo stesso peso di quelle dei lobbysti societari, conclude il premio Nobel, il risultato potrebbe rafforzare l’economia e migliorare il benessere sociale. La realtà però è che il regime commerciale attuale mette gli interessi societari al primo posto ed il processo di trattative in corso non è né democratico né trasparente.

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