Il mito di una presidenza imperiale

L'uomo più potente al mondo prigioniero di un sistema politico interno marcio

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Il mito di una presidenza imperiale

Le diverse reazioni sull'accordo sul fiscal cliff della settimana scorsa – con i conservatori che accusavano Obama di aver imposto la sua agenda ed i liberal che lamentavano una resa del presidente – portano Rachman in The myth of the imperial presidency a sottolineare come la politica americana sia ancora legata al mito del presidente imperatore, una figura dominante – un Lincoln, Roosevelt o Johnson – in grado di plasmare la storia. 
In realtà, continua Rachman nella sua analisi, Obama è semplicemente un prigioniero delle circostanze: non può varare una legge o far approvare un budget fiscale senza il consenso di un Congresso dominato dai suoi avversari politici. Nessun presidente, per quanto straordinario, determinato o intelligente può cambiare questa situazione. Molti liberals avrebbero sognato un cambio di passo nel nuovo mandato ed anche il successo di spingere i repubblicani ad accettare maggiori tasse per le fasce più ricche non ha persuaso a cambiare idea coloro che l'accusano di debolezza: nel Washington Post, David Ignatius ha denunciato la mancanza di iniziativa e leadership di Obama del Fiscal Cliff; Martin Wolf del Financial Times ha sottolineato come Obama non ha ottenuto nulla di importante ed ha rinunciato all'unica carta che aveva per ottenerlo – la fine automatica delle riduzioni delle tasse dell'era Bush. Molti sostenitori liberals volevano un approccio simile a quello di Franklin Delano Roosevelt, il quale in un celebre discorso del 1936 al Madison Square Garden, non aveva paura di attaccare direttamente i suoi nemici e di “accogliere di buon grado il loro odio”. 
A differenza di Roosevelt, Obama ha voluto evitare il confronto. Del resto, il presidente ha costruito tutta la sua carriera politica come conciliatore di visioni contrapposte. Queste differenze personali  aiutano a spiegare perché Obama non possa essere mai un FDR e sfidare l'odio dei suoi nemici. Ma sono soprattutto le spiegazioni politiche a motivare il diverso approccio: nel 1930, Roosevelt aveva il vantaggio di poter lavorare con una solida maggioranza democratica nel Congresso. Si poteva permettere di insultare i repubblicani, ma Obama ha avuto la maggioranza in tutti e due i rami del parlamento solo nei primi due anni del mandato – e con una maggioranza al Sento molto più fragile di quella del New Deal o della grande stagione di riforme degli anni '60 di  Lyndon B. Johnson.
Lo scontro oggi non sarebbe stata la strategia politica vincente: la verità è che Obama aveva bisogno del voto repubblicano per raggiungere una serie di obiettivi liberali: dal controllo delle armi alla riforma delle tasse. 
I principali commentatori conservatori descrivono invece Obama da tutt'altro punto di vista tutt'altro  Charles Krauthammer sottolinea come abbia “piegato” i suoi nemici nelle negoziazioni sul fiscal cliff. Peggy Noonan denuncia come Obama abbia deriso i repubblicani del Congresso e l'ha definito una figura polarizzante. 
Il presidente americano potrebbe essere tentato di compiacersi di essere criticato contemporaneamente da destra e sinistra. Ed il fatto che ha permesso all'America di evitare il fiscal cliff rimane un fatto. In poche settimane, tuttavia, il paese potrebbe ricadere in una crisi del debito. L'uomo più potente al mondo, conclude Rachman, quando si relaziona sulle politiche interne è troppo spesso prigioniero di un sistema marcio.

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