Il modello di sviluppo dell'Africa
L'Asia orientale e non il Washington consensus il punto di riferimento
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Prendendo spunto dalla quinta edizione del TICAD (Tokyo International Cooperation on African Development), Joseph Stiglitz in East Asia's lessons for Africa sottolinea come il Giappone, nonostante un ventennio di malessere economico, sia tra i pochi paesi sviluppati ad impegnarsi per una soluzione dei problemi dell'Africa sub-sahariana, non per un interesse strategico, ma per un imperativo morale. Mentre il resto del mondo è ossessionato dai problemi economici dell'Europa, dalla paralisi politica dell'America e dal rallentamento della Cina, in quella regione la povertà è la regola, non l'eccezione. Tra il 1990 e il 2010 la percentuale globale di poveri è scesa dal 57% al 49%, ma il numero di persone che vivono con una media di 1,25 dollari al giorno nell'Africa sub-sahariana è passato da meno di 300 milioni a quasi 425 milioni e coloro che “vivono” con meno di due dollari al giorno è salito addirittura a 600 milioni.
L'Africa di oggi mostra una serie di situazioni molto variegate. Annovera, ad esempio, tra il 2007 e il 2011, cinque dei dieci Paesi con il ritmo di crescita più rapido al mondo - l'Etiopia, il cui Pil è cresciuto di circa il 10% annuo tra il 2006 e il 2011, il Ruanda, la Tanzania e l'Uganda – ed una classe media complessiva che ha superato quella dell'India. Ma il continente annovera anche i paesi con i più alti livelli di disuguaglianza al mondo e l'agricoltura, da cui dipendono le condizioni di vita delle fasce più povere, mostra segnali di decadenza: solo il 4% delle terre coltivate è irrigato - contro il 39% dell'Asia meridionale e il 29% dell'Asia orientale - e l'uso dei fertilizzanti ammonta a soli 13 chilogrammi per ettaro, rispetto ai 190 dell'Asia orientale.
L'impegno del Giappone, sottolinea Stiglitz, è importante non solo per gli aiuti economici e il sostegno morale, ma anche perché l'Africa, in un momento in cui l'aumento dei salari e l'apprezzamento del tasso di cambio in Cina sottolineano un rapido cambiamento in termini di vantaggio comparato e competitivo globale, deve prendere a riferimento l'esperienza di sviluppo dell'Asia orientale. In particolare, il continente nero deve attirare parte della produzione cinese, che presto verrà portata fuori dai confini nazionali. Ma per farlo i governi africani, soprattutto nell'area sub sahariana afflitta da una continua deindustrializzazione, devono attuare politiche industriali che favoriscano la ristrutturazione delle rispettive economie, affrontino alcune ben note limitazioni dei mercati - come le importanti esternalità di conoscenza – e risolvano queste esternalità.
Attraverso infrastrutture, leggi e sistema educativo, soprattutto, un governo modella l'economia. I Paesi in via di sviluppo più attivi al mondo, cioè quelli dell'Asia orientale, hanno fatto esattamente questo, e tra le lezioni da condividere c'è il modo in cui hanno portato avanti le politiche industriali.
Il Giappone e gli altri paesi dell'Asia orientale, conclude Stiglitz, hanno seguito una rotta totalmente diversa dalle direttive neoliberiste del "Washington Consensus" e, al contrario di queste ultime, le loro politiche hanno funzionato. I Paesi africani devono trarre vantaggio da una riflessione su questi successi e fallimenti per impostare le loro politiche di sviluppo.

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