Il mondo nel 2050

Il futuro della governance nell'era dell'informazione

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Il mondo nel 2050


Mentre l'anno volge al termine, è naturale chiedersi cosa ci riserverà il futuro. Ma, invece di interrogarci sul 2014, Joseph Nye ci invita a fare un "salto mentale" verso la metà del secolo. Come sarà la governance nel 2050?
 
Questo tema è stato trattato dal World Economic Forum (WEF)  in una recente riunione ad Abu Dhabi dove gli espeert si sono concentrati sul futuro della governance sotto i tre possibili scenari derivanti dalla rivoluzione dell’informazione ancora in corso. Con questa rivoluzione, che ha già emarginato alcuni paesi e comunità ma creato nuove opportunità per altri, la questione non potrebbe essere più tempestiva.
 
Il primo scenario che i partecipanti hanno considerato è un mondo dominato dalle cosiddette "megalopoli", dove la governance viene somministrata in gran parte dai grandi agglomerati urbani. La seconda possibilità è un mondo in cui forti governi centrali utilizzano i “big data” per fortificare il loro controllo. E, nel terzo scenario, i governi centrali sono fondamentalmente deboli, con i mercati - e le imprese che li dominano – che forniscono quasi tutti i servizi.
 
Ognuno di questi scenari riflette una tendenza attuale. Mentre tutti e tre contengono elementi utili per alcuni aspetti, per altri hanno delle caratteristiche che, se lasciate incontrollate, potrebbero portare a risultati dispotici. 
 
L'obiettivo dovrebbe essere quello di approfittare dei benefici potenziali di tali tendenze, garantendo nel contempo che esse non pregiudichino gli altri aspetti critici della governance. Ad esempio, anche se le megalopoli hanno il potenziale di creare nuove opportunità per i lavoratori e le imprese, non possono risolvere i problemi universali come il cambiamento climatico o gestire la produzione e la tutela di beni pubblici nazionali e globali.
 
Allo stesso modo, mentre l'uso dei big data favorisce la risoluzione di alcuni problemi, molte altre questioni importanti rimangono su chi possiede, chi controlla e chi regola l'utilizzo dei dati. La nozione di "datocracy" infonde la paura di un orwelliano "e-1984." Infatti, le recenti rivelazioni sui programmi di sorveglianza della National Security Agency  scalfiscono a malapena la superficie del problema. Dopo tutto, l'uso dei big data non si limita a governi e società; gruppi criminali anonimi possono facilmente abusare delle informazioni.
 Infine, mentre la scelta individuale all'interno dei mercati è spesso il modo più efficace per allocare le risorse, i mercati non producono una quantità sufficiente di beni pubblici. Infatti, ci sono alcuni beni che il settore privato non è semplicemente in grado di fornire. Questo sistema può sembrare accettabile per quelli all'interno di "comunità chiuse" che ne beneficiano, ma che dire di tutti quelli che sono rimasti fuori?
 
Il “Global Agenda Council on the Future of Government” del WEF, di cui Nye fa parte, ha preso in esame i modi in cui la tecnologia dell'informazione può migliorare la governance e ridurre i sentimenti di alienazione tra governati. Le iniziative più efficaci spesso nascono dalla partnership tra il governo e il settore privato. 
Per esempio, in Kenya, dove una società privata ha sviluppato un sistema di pagamento tramite telefonia mobile che consente agli utenti di trasferire denaro utilizzando i telefoni cellulari e creando di fatto un sistema bancario.molto più rapidamente di quanto il governo avrebbe potuto mai fare. Una volta che il sistema è stato creato privatamente, il governo è stato in grado di utilizzarlo per fornire servizi aggiuntivi.
Come risultato, un agricoltore keniano in un quartiere remoto può ora ottenere informazioni sui prezzi dei raccolti o trasferire di fondi senza dover percorrere lunghe distanze. Anche se tali iniziative non possono risolvere il problema della disuguaglianza, possono aiutare ad alleviare alcuni dei suoi effetti più dannosi.
 
In un periodo di rapido cambiamento sociale e inarrestabile progresso tecnologico, gli sforzi per migliorare la governance - a livello locale, nazionale o internazionale - richiedono un'attenta riflessione e sperimentazione, al fine di determinare come bilanciare il processo decisionale inclusivo con la costante evoluzione delle esigenze dei mercati.  
 
Nye prende in esame le istituzioni internazionali. Oggi il mondo è organizzato in circa 200 paesi, e con ogni probabilità, lo sarà anche nel 2050. Ma solo 16 enti governativi rappresentano i due terzi del reddito mondiale e due terzi della popolazione. Molti hanno sostenuto l'uso delle "doppie maggioranze" - che richiedono una maggioranza dei voti in base a due criteri distinti, la popolazione e la produzione economica – per accrescere l'influenza degli Stati più deboli "nel processo decisionale. Anche se il sistema di una doppia maggioranza aiuta a potenziare alcuni Stati più deboli, non tiene conto del ruolo dei paesi più piccoli del mondo nei processi decisionali globali. Anche se questi paesi rappresentano una piccola parte della popolazione mondiale, essi comprendono una maggioranza significativa del numero totale dei paesi.
 
Una possibile soluzione potrebbe essere che gli Stati si rappresentino l’un l'altro, come avviene nel Fondo monetario internazionale. Ma l'esperienza del FMI espone gli ostacoli alla sua applicazione.
 
I leader mondiali non hanno ancora capito come conciliare la convinzione morale che tutte le persone sono uguali con il fatto che non tutti i paesi lo sono. Nell’epoca dell'informazione globale, i sistemi di governance in grado di affrontare questioni fondamentali come la sicurezza, il benessere, la libertà e l'identità richiedono coalizioni abbastanza piccole che funzionino in modo efficiente e decisioni in merito a cosa fare con coloro che sono sottorappresentati.
 
Ovviamente, conclude Nye, tutto questo chiede molte più indagini. Esplorare possibili scenari futuri, come ha fatto il WEF, è un passo importante nella giusta direzione.

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