Il nostro nord è il socialismo. Ai dubbiosi diciamo: la speranza è nelle strade”. Intervista esclusiva al dirigente sindacale Alexis Corredor

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Il nostro nord è il socialismo. Ai dubbiosi diciamo: la speranza è nelle strade”. Intervista esclusiva al dirigente sindacale Alexis Corredor

 

di Geraldina Colotti per l'AntiDiplomatico

CARACAS

Alexis Corredor è un dirigente politico di lunga traiettoria nel movimento sindacale venezuelano e nella Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del campo y la pesca (CBST). Professore di storia e scienze sociali, educatore e ricercatore, membro del PSUV, è stato ministro del Potere Popolare per il Processo Sociale del Lavoro. Previamente, è stato rettore del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), presidente del Centro Nazionale di Studi Storici, e deputato dell'Assemblea Nazionale Costituente (ANC) tra il 2017 e il 2020.

Lo abbiamo incontrato nel salone dedicato all'indimenticabile rivoluzionario Jacobo Torres de León, al termine della riunione internazionale, virtuale, con i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo che appoggiano la rivoluzione bolivariana. Qui anticipiamo una sintesi dell'intervista realizzata per il programma Abrebrecha Venezuela, condotto con Carlos Aznárez, che verrà trasmessa venerdì 6 su Radio del Sur.

Come si vive dalla classe operaia questo momento inedito dopo il sequestro del presidente, Nicolás Maduro, e della “primera combatiente”, la deputata Cilia Flores?

La prima cosa da dire è che qui il morale è molto alto pur in mezzo alle domande, che sono legittime, e nell'incertezza. I lavoratori e le lavoratrici, così come il popolo venezuelano nel suo insieme, tutti i suoi settori, dai più anziani fino alla gioventù, soprattutto i ragazzi che sono nei licei e nel nostro popolo e che stanno facendo molte attività, abbiamo il morale alto.

Evidentemente è inedito quello che stiamo vivendo. Quando il comandante Chávez soffrì il colpo di Stato nel 2002, i lavoratori e le lavoratrici avevamo già previsto per l'inizio della settimana di aprile un blocco dei trasporti, uno sciopero contro coloro che avevano usurpato il potere. Quando iniziarono le guarimbas nel 2013 e 2014, noi, i lavoratori e le lavoratrici, fummo al lato del nostro Comandante Eterno. E quando egli ci informò che stava soffrendo una malattia per la quale oggi diciamo che fu avvelenato, ci andava preparando; i lavoratori e le lavoratrici serrammo i ranghi con la Rivoluzione Bolivariana. Nel caso del colpo di Stato avevamo il nostro angelo custode, il nostro protettore, che era il comandante Chávez, e c'era una direzione del partito che si stava formando. Quando scompare fisicamente il nostro Comandante Eterno, ci lascia il comandante Nicolás Maduro Moros, il nostro amico, il nostro fratello di classe, compagno di Jacobo e nostro fin dalle manifestazioni studentesche del 1977. Avevamo l'orientamento e la tempra del compagno Nicolás Maduro.

Tuttavia, nel 2026, l'impero e gli yankee ci sequestrano il presidente Nicolás Maduro Moros. E sebbene sia indubbio che la sua leadership e la sua qualità di statista lo stavano imponendo nel mondo come un rappresentante dei lavoratori e della rivoluzione, è altrettanto certo che, intanto, l'imperialismo stava tentando di gettarci nella disperazione. Ma con la presenza della compagna Delcy Eloína Rodríguez Gómez come vicepresidenta prima e ora come presidenta incaricata, noi intendiamo e sentiamo che quel vuoto di potere, quel vuoto persino spirituale, già non esiste. Ovviamente, la compagna Delcy deve affrontare una dinamica che non si aspettava, e questa situazione è inedita per lei e per il popolo venezuelano. Ma, come lavoratori e lavoratrici abbiamo una bussola: la nostra Costituzione approvata nel 1999 parla di un progetto di paese, costruire la Repubblica Bolivariana del Venezuela con un sistema economico, politico, sociale e giuridico che ci permetta di realizzare uno Stato democratico, popolare e sovrano in cui esista l'uguaglianza sociale. In quel piano stiamo. Difendiamo la Costituzione e perciò difendiamo Delcy Eloína, il presidente Nicolás Maduro e il legato del comandante Chávez.

E su quali basi poggia questa vostra sicurezza in un momento che sembra così confuso?

Il presidente ci diede delle istruzioni il 23 ottobre scorso quando convocò il Congresso Costituente della classe operaia. Parlò di quattro compiti: il primo, che i lavoratori discutessimo sulla trasformazione del modello economico. Il secondo compito, la necessità della difesa della patria nei luoghi di lavoro, attraverso i corpi di combattenti e le milizie operaie; il lavoratore deve dedicare tempo alla produzione ma anche allo studio e alla preparazione fisica e militare. Il terzo compito fu che il movimento organizzato si riformulasse e potenziasse, arricchendosi con i portavoce dei Consigli Produttivi dei Lavoratori (CPTT), delegati di prevenzione, anche degli imprenditori, donne lavoratrici e gioventù. E un quarto compito è il tema internazionale. Nicolas ci avvertì che l'imperialismo non ci avrebbe lasciati tranquilli. Dobbiamo continuare a lottare per una società libera e amante della pace insieme ai compagni cubani, nicaraguensi e tutti i popoli del mondo. Per questo il 17 dicembre 2025 facemmo un congresso internazionale e stiamo creando un coordinamento della classe operaia contro la guerra e per la pace. Quando riceveremo nuovamente il nostro presidente operaio e Cilia Flores, diremo loro: ecco i compiti che ci avete affidato, già realizzati.

Ma da fuori, non solo la mediatica egemonica, ma anche alcuni compagni che hanno dubbi, dicono che tutto questo è già finito, che ora sono gli Stati Uniti a comandare qui e che si sono impadroniti del petrolio. Come risponde la classe operaia a questo?

In primo luogo, bisogna rivedere e riascoltare gli interventi della nostra Presidenta incaricata dal momento in cui, come vicepresidenta esecutiva, chiese ai gringos una prova di esistenza in vita di Cilia Flores e Nicolás Maduro all'alba del tre gennaio. Lo fece a fronte alta, come imparò da suo padre, Jorge Antonio Rodríguez, segretario generale della Lega Socialista assassinato sotto tortura durante il primo governo di Carlos Andrés Pérez.

In secondo luogo, propose tre linee tattiche. Primo, mantenere l'unità del popolo; qui non c'è spazio per il dubbio né per incrociare le braccia, disse. Chi dubita non comprende la realtà. La compagna Delcy disse che ci troviamo in un nuovo momento. Sebbene tentino di ricattarci,  indicò che sulla base della diplomazia e del dialogo stabiliremo noi le riunioni e gli accordi. Loro hanno in mano il nostro presidente, ma hanno bisogno del nostro petrolio. Noi abbiamo il petrolio e per noi è fondamentale la vita dei compagni Cilia e Nicolás. Chi dubita non ha fede nella rivoluzione. Il novanta per cento dei media lo controlla l'imperialismo e per questo manipolano dicendo che il petrolio non è nostro. Il Venezuela vende petrolio a futuro e la relazione con gli Stati Uniti è che il ventisette per cento della nostra produzione va, storicamente, a loro.

Tuttavia, vedere i sequestratori ricevuti in Venezuela ha contribuito a questa lettura. Esiste, invece, un'altra interpretazione?

La dignità del popolo venezuelano è al di sopra di tutto. Il legato dei nostri aborigeni Guaicaipuro e Juana, del nostro Padre Libertatore e del comandante Chávez si mantiene. Per questo il capo del Comando Sud non ha dato un ordine per telefono né ha citato la nostra Presidenta incaricata come se fosse la sua segretaria; ha dovuto venire in Venezuela. Il Segretario all'Energia e il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti hanno dovuto venire a riunirsi con la Presidenta incaricata perché, sebbene prima non lo riconoscessero, oggi il mondo riconosce la figura di Nicolás Maduro come Presidente costituzionale. Sappiamo che l'ambasciatrice che hanno inviato è esperta in contro-insurrezione e colpi di Stato, e che insieme alla CIA organizza attività nel nostro paese. Ma come disse il presidente Nicolás Maduro quando presentò la legge antiblocco: alcune cose dovranno farsi in maniera discreta. Alcune cose non si potranno dire. È quello che sta facendo il nostro governo, negoziando faccia a faccia con gli Stati Uniti. Al di là di quello che dicono i dubbiosi, la speranza è nelle strade.

Di recente il ministro del Lavoro, Eduardo Piñate, ha anticipato che potrebbero esserci novità riguardo al potere d'acquisto dei lavoratori, colpito dalle misure coercitive. Sappiamo che l'estrema destra e una parte della supposta sinistra chavista alleata con l'impero utilizzano il malessere per destabilizzare. Come si prepara la classe operaia?

La classe operaia venezuelana e la sua direzione politica sono molto chiare. Se qualche lavoratore considera che Donald Trump, lo stesso che diede l'ordine per bombardare le lance dei pescatori, lo stesso che ordinò il sequestro del nostro presidente e che appoggia il genocidio contro il popolo di Palestina, ora voglia bene alla classe operaia venezuelana, si sbaglia.

La nostra Presidenta incaricata fu molto chiara: quando gli Stati Uniti inizieranno a sbloccare i nostri conti, questo permetterà che entri una grande quantità di milioni di dollari sequestrati. Ha proposto che con quei trecento milioni di dollari che entrano dalla vendita a futuro di petrolio si organizzino due fondi: un fondo sociale (salute, educazione e lavoratori) e un fondo di infrastruttura per i servizi. È certo che gran parte dell'apparato produttivo dipendeva da tecnologia nordamericana; sebbene abbiamo tecnologia iraniana, russa, cinese e turca, molti ricambi sono di fattura statunitense e le compagnie temono sanzioni se negoziano con il Venezuela. Le medicine arrivate quindici giorni fa non sono una donazione caritatevole del signor Trump o dell'ambasciatrice. Quelle medicine erano già state individuate e richieste in precedenza dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Recentemente l'Assemblea Nazionale ha approvato la legge costituzionale della Croce Rossa del Venezuela affinché sia un'istituzione qualificata dalla nostra assemblea quella che contribuisca alla distribuzione.

E rispetto al salario?

Per quanto riguarda il tema salariale, nel 2018, il presidente propose il Programma di Recuperazione, Crescita e Prosperità Economica. Parlare di aumento dei salari è un trucco che gli imprenditori capitalisti usano per confondere, perché l'inflazione e il dollaro criminale lo polverizzerebbero. Noi parliamo di reddito mensile indicizzato, perché questo contribuisce a far sì che la nostra economia si rafforzi. Il Ministro del Lavoro ha chiarito che non si è proposto un aumento di salario tradizionale, ma la necessità di rivedere tutte le condizioni dei lavoratori e lavoratrici. Si è fatto un sondaggio attraverso il “sistema patria” e noi lavoratori abbiamo espresso la nostra opinione. Ratifichiamo la piena fiducia nel team della Presidenta incaricata Delcy Rodríguez.

 

In un incontro coordinato dal ministro della Cultura, Ernesto Villegas, nel quadro della Legge di Amnistia, c'erano contadini, occupanti di case e operai che sono stati colpiti da imprese private che non hanno rispettato i loro diritti, o da spinte "dal basso" della rivoluzione che forse non sono state compresi dalle autorità. Si tratta di avanguardie in occupazioni operaie o comuni contadine colpite dai latifondisti. Come valuta questo e quale risposta si può dare in una fase così delicata?

 Beh, ci sono obiettivi che non sono stati ancora raggiunti. La nostra Costituzione stabilisce un ordinamento giuridico che tocca l'aspetto politico, sociale, economico e strategico. Stiamo costruendo un nuovo Stato, e la costruzione del socialismo bolivariano non è una costruzione lineare e per decreto. È un lavoro tattico realizzato dal nostro governo. Continuiamo ad avere ancora in questo Stato manifestazioni della cultura passata del vecchio Stato che non si rassegna a morire e il nuovo che sta nascendo deve farvi i conti. Il nostro governo rivoluzionario, dal comandante Chávez, il presidente Nicolás Maduro e la nostra presidenta incaricata, è andato anticipando azioni che permettano che lo Stato Sociale di Diritto e di Giustizia riusciamo a consolidarlo e rafforzarlo ogni giorno di più. È molto importante quello che dici: siamo in un processo di depurazione affinché quell'avanguardia sia realmente ascoltata.

In questo nuovo processo di conciliazione nazionale in cerca di stabilità politica, vediamo la presenza di figure con interessi di classe opposti, come Fedecámaras o la destra. Il deputato Francisco Torrealba è molto impegnato nell'organizzazione della Legge di Amnistia. Come si comporta la classe operaia di fronte a tutto questo?

In quanto parlamentare e capo della Commissione Internazionale del Congresso Costituente, Francisco Torrealba fa parte anche del gruppo di lavoro della Legge di Amnistia. Questa legge si stabilisce come prodotto di accordi politici, della necessità del rincontro del nostro paese e soprattutto sulla base del dialogo e della diplomazia di pace. Già il comandante Chávez anticipò durante molti anni durante la sua gestione di governo l'amnistia e incluso gli indulti per alcune persone. Ugualmente lo fece il presidente Nicolás Maduro Moros. Questa Legge di Amnistia, approvata all'unanimità nella nostra Assemblea Nazionale, riflette la volontà politica che hanno i settori che sono nel Parlamento: la volontà di pace, la volontà di dialogo. Questo è importante perché di fronte ai tamburi di guerra, di fronte all'avanzata del fascismo, dobbiamo coordinare tutte le attività possibili per respingere e sconfiggere il fascismo. Se quell'opposizione che è nell'Assemblea Nazionale, se gli imprenditori di Fedecámaras — che non hanno mai messo in discussione le misure coercitive ma che in questo momento sono d'accordo in questo processo di dialogo — si uniscono, benvenuti siano. Tutto per potenziare i cambiamenti a favore del nostro popolo che la Rivoluzione Bolivariana sta realizzando. Come dissi prima, feci parte dei 77 costituenti della classe operaia, fummo la bancata più numerosa, e la nostra priorità è che la pace garantisca la continuità della Rivoluzione.

Un altro tema delicato. C'è gente da fuori che dice che Cuba ha reagito sparando alle lance dei mercenari e il Venezuela no. Dicono che il Venezuela vende la sua sovranità mentre Cuba resiste. C'è una campagna sporca per burlarsi della diplomazia di pace. Cosa risponde?

Ricordiamo l'operazione Daktari, dove mercenari si allenavano per azioni terroristiche nel nostro paese, e l'operazione Gedeón organizzata dagli Stati Uniti con l'appoggio della Colombia per invaderci. In entrambi i casi, il nostro popolo, la Forza Armata e la milizia seppero dare risposta con intelligenza sociale. Nel caso dei compagni cubani, hanno tutto il diritto di fare quello che hanno fatto e noi li appoggiamo.

Quello che accadde il 3 gennaio dimostrò la superiorità tecnologica codarda delle truppe d'assalto degli Stati Uniti. Gli scontri durarono circa cinque ore. Morirono o furono gravemente ferite più di cento persone, tra cui 44 soldati e soldate venezuelani e 32 eroi cubani. Quando si osservano i media degli Stati Uniti, si vede che parlano di elicotteri danneggiati, feriti e morti nel loro campo. Quello che ha detto Donald Trump sul fatto che fu un'operazione impeccabile è menzogna, ma sono così immorali che non rettificheranno mai.

Si dice anche che il governo bolivariano non venderà più petrolio a cinesi e russi perché gli Usa vogliono  monopolizzare tutto attraverso un fondo in Qatar in cui il Venezuela dovrà versare i soldi. È così?

Ci sono due cose da dire. Primo, quando il presidente Nicolás Maduro presentò la Legge Antiblocco nell'Assemblea Costituente del 2017, della quale feci parte come integrante del gruppo dei 77 costituenti della classe operaia, disse: si dovrà fare tutto in silenzio. Il secondo è che la gestione di governo corrisponde all'Esecutivo nazionale. Qui c'è un alto comando politico militare che discute gli orientamenti che sorgono dal partito e dalle organizzazioni sociali. Dire che sono finite le relazioni commerciali con altri paesi e che gli Stati Uniti ordinano tutto, è falso. Sarebbe come credere che un uomo così atroce come Donald Trump o un bandito come Marco Rubio, che avallano il genocidio sionista contro il popolo palestinese, da un giorno all'altro si siano trasformati e ora vogliano il benessere dei nostri popoli. Ma per favore. La nostra classe operaia petrolifera ha permanente comunicazione con le organizzazioni di Cina, Russia, Turchia e Cuba. Quelle relazioni commerciali le guida la nostra Presidenta incaricata e dubitiamo che quello che dice la mediatica yankee sia verità.

 

Un altro tema ricorrente è che il Venezuela abbia abbandonato Cuba e non possa più inviarle petrolio, ma voi promuovete la campagna "Amor con amor se paga" in solidarietà con Cuba. I compagni che dubitano possono stare tranquilli?

Bisogna avere comprensione del momento politico. Se abbiamo fiducia nella nostra direzione politico-militare e nel nostro governo, dobbiamo evitare il pessimismo. Un gruppo di persone che non ha vincoli con il nostro popolo né con i sindacati cubani ha ben poca autorità morale per ripetere quello che dice la mediatica egemone. Noi, dalla Commissione Internazionale del Congresso Costituente della Classe Operaia, consideriamo che chiarire questi dubbi è vitale. Come lavoratori e come governo rivoluzionario, mai smetteremo di appoggiare i nostri fratelli e sorelle cubane.

Così come tendemmo la mano al popolo colombiano per contribuire alla pace di fronte ai paramilitari, quando il Presidente Chávez parlò con quelle “anime pie” di Uribe e di Santos per poter contribuire alla pace per far cessare l'azione dei paramilitari contro il popolo e i contadini, in quella stessa maniera noi, così come tendemmo la mano e continuiamo a tenderla al popolo colombiano, la tendiamo e la manteniamo tesa ai compagni cubani. Fino ad ora noi non abbiamo avuto nessuno scontro nelle discussioni o riunioni con i compagni cubani perché staremmo abbandonando il nostro compito. Sarebbe come smettere di essere bolivariani, sarebbe smettere di essere chavisti, sarebbe tradire il pensiero del compagno Nicolás Maduro che con il comandante Fidel e con il comandante Raúl Castro, così come con tutto il popolo cubano, sono stati conseguenti, così come loro sono stati solidali con noi. Queste calunnie non hanno fondamento.

Ma chi sono gli alleati della rivoluzione bolivariana considerando i tradimenti interni alla Patria Grande? Il Venezuela non è potuto entrare nei BRICS per una decisione del Brasile...

Per noi, tutti i movimenti di lavoratori del mondo sono nostri alleati, incluso negli Stati Uniti o in Israele. Sono fratelli di classe perché non sono proprietari dei mezzi di produzione. Effettivamente, non siamo nei BRICS, ma quella non fu una decisione del movimento di lavoratori brasiliani, fu una decisione politica che prese il loro governo, Lula. Molto bene, ma quella fu una decisione politica di cui loro si assumono la responsabilità. Il nostro governo mantiene relazioni internazionali con tutti i paesi del mondo, ma a seguito di quanto accaduto il 3 gennaio, si è reso necessario la riapertura di un'ambasciata negli Stati Uniti, all'interno dei negoziati. Questo ci permette anche di assistere i nostri connazionali che si trovano negli Stati Uniti perseguitati dall'ICE e anche poter vegliare direttamente sul nostro presidente, ossia, stare attenti alla situazione dei compagni Nicolás Maduro Moros e Cilia. Quindi tutti i popoli del mondo sono nostri fratelli e sorelle. Estendiamo l'invito a tutti loro. Può essere che vi siano movimenti di lavoratori nel mondo che non condividono il progetto bolivariano, ma se sono d'accordo nel dover affrontare i venti di guerra e lottare per la pace, sono nostri fratelli di classe.

Prima del duplice sequestro della coppia presidenziale, quando l'imperialismo statunitense stava intensificando gli attacchi contro il Venezuela, il Capitano Diosdado Cabello ha invitato a costituire nel mondo Brigate internazionali, in analogia con quelle organizzate ai tempi della guerra civile spagnola. Il congresso della classe operaia ha recepito questa proposta. Può spiegarci in che termini? Molti solidali, in Europa, se lo chiedono.

Uno dei primi popoli e governi che praticò l'internazionalismo proletario e soprattutto la creazione delle brigate furono i compagni cubani: nell'educazione, nella salute, nello sport. Il caso delle brigate ha a che vedere con il fatto che per il 17 dicembre era latente la possibilità di un'invasione e un'aggressione al nostro paese, aggressione che si diede fisicamente e militarmente il giorno 3 gennaio, aggressione che si mantiene attraverso il bloqueo. Cos'è il decreto di Obama? È aggressione. Cos'è la guerra psicologica che ci fanno dai social? È aggressione.

Quindi, la brigata che noi approvammo il 17 dicembre, insieme agli oltre trecento compagni che furono presenti virtualmente e fisicamente, fu una brigata di appoggio alla Rivoluzione Bolivariana per affrontare non solo l'aggressione bellica nel momento di un'invasione, ma anche per condividere esperienze dal punto di vista tecnico e della conoscenza, con elettricisti, telecomunicazioni, educatori, professionisti dei metro, delle navi. Ossia, questa brigata ha il compito non tanto di venire a combattere, perché noi abbiamo un esercito che all'ora dell'aggressione risponderà, come rispose il tre gennaio (voglio lasciare questo ben chiaro), abbiamo al contempo, all'interno della classe operaia, per esempio nell'industria petrolifera, i corpi di combattenti, abbiamo le milizie operaie e, nelle campagne, abbiamo le milizie contadine. Nel caso delle imprese di base di Guayana, abbiamo corpi di combattenti. I compagni e le compagne dell'Internazionale hanno chiesto di conoscere quelle esperienze. Di questo si tratta. Scambiamo conoscenze dal punto di vista tecnico, professionale, accademico, della salute e allo stesso tempo noi spieghiamo quello che abbiamo fatto: compreso, ovviamente, addestramento di qualsiasi tipo. Ma in ogni caso le brigate internazionaliste sono di solidarietà per approfondire il lavoro della rivoluzione, l'organizzazione della classe operaia e per approfondire l'unità tra i fratelli e sorelle di classe. E anche per scambiare suggerimenti su cosa significa essere internazionalista. Il nostro nord è il socialismo bolivariano. Prima costruiamo la Repubblica Bolivariana, lo Stato di diritto, di giustizia e sociale, riportiamo a casa i compagni sequestrati, e continuiamo a costruire il socialismo bolivariano.

 

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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