Il prezzo del greggio come peggiore minaccia per l'economia globale
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Nouriel Roubini in Scary Oil, rubrica mensile per Project Syndicate, sottolinea come tra i molti rischi che affronta oggi l'economia globale - un peggioramento della crisi dell'euro zona, un calo del pil cinese superiore alle attese ed una flebile ripresa negli Stati Uniti - quello più pericoloso è relativo ad un possibile aumento dei prezzi petroliferi.
Nonostante le riserve di greggio siano abbondanti e la domanda negli Stati Uniti ed in Europa in continuo diminuzione per il calo delle economie ed il crollo delle vendite auto, il prezzo al barile, molto al di sotto dei 100 dollari nel 2011, ha toccato recentemente i 125 dollari. E la cifra potrebbe aumentare in modo consistente per il “fear premium”, vale a dire l'effetto paura di un confronto militare sempre più probabile tra Iran ed Israele.
Sottolinea Roubini come le ultime tre recessioni prima del 2008 siano state tutte causate da shock geopolitici nel Medio Oriente: la guerra del 1973 dello Yom Kippur, la rivolta iraniana nel1979 e l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nell'estate del 1990 hanno tutte condotto ad un aumento repentino dei prezzi petroliferi ed un calo della produzione mondiale. Per quel che riguarda la recessione del 2008, dovuta principalmente a ragioni finanziarie, l'aumento del greggio, arrivato a toccare i 145 dollari al barile nel luglio di quell'anno, ha influito in modo decisivo a rendere più drammatici i suoi effetti.
Il rischio di un attacco israeliano sulle istallazioni è ancora basso. Tuttavia, come dimostrano i toni utilizzati dal primo ministro Benyamin Netanyahu durante la visita recente negli Stati Uniti, la pazienza di Tel Aviv sta per scadere. L'escalation si è già avvertita nei mesi scorsi con l'uccisione di scienziati nucleari iraniani e l'uso della guerra cibernetica contro i siti nucleari del regime. Ma i rischi sui prezzi petroliferi riguardano soprattutto le ritorsioni possibili dell'Iran alle sanzioni ed all'isolamento internazionale nella zona del Golfo: il regime potrebbe, infatti, bloccare lo Stretto di Hormuz, armare le forze pro-Iraniane sciite in Iraq, Bahrain, Kuwait ed Arabia Saudita; gli Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica a Gaza. Inoltre, altre tensioni geopolitiche rendono probabile un acuirsi della crisi in Medio Oriente: i processi di transizione in Egitto e Libia che stentano ad affermarsi, la Siria sull'orlo della guerra civile, le forze radicali che minacciano il processo di pace in Yemen, la sicurezza in bilico in Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait e Giordania, tutte zone a maggioranza sciita. Inoltre, ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dall'Iraq, le tensioni crescenti tra sunniti, sciiti e curdi nel paese non lasciano prevedere un possibile aumento della produzione petrolifera.
Le prossime settimane potrebbero vedere una diminuzione delle tensioni con il Gruppo dei 5 (Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia), pronti a riprendere il dialogo di pace con l'Iran. Se il tentativo diplomatico dovesse fallire, coma la maggior parte di analisti si attende, Israele e Stati Uniti sono già d'accordo che il processo nucleare iraniano dovrà essere evitato anche con l'uso della forza. L'amministrazione Obama ha però escluso che ogni operazione possa essere intrapresa prima delle elezioni presidenziali di novembre.
Nonostante i bassi tassi di crescita, il petrolio è già sopra i $100/barile. Il fear premium potrebbe spingere i prezzi petroliferi fino ad arrivare a determinare una nuova recessione negli Stai Uniti e nel mondo.

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