Il rallentamento cinese ed i rischi per l'economia globale
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Dopo la caduta di Bo Xilai, il potente leader del partito a Chongqing pronto ad assumere posizioni di potere rilevanti nella transizione di potere che inizierà il prossimo novembre, vi sono state diverse speculazioni sulla crisi politica in atto in Cina. Ma, secondo Zakaria in China's economic crisis, a destabilizzare Pechino non saranno i problemi interni al partito, bensì la crisi economica. Da oltre due decenni, esperti internazionali prevedono il rallentamento della crescita di Pechino, per l'arretratezza del sistema creditizio, l'inefficienza delle imprese statali o da bolle immobiliari. Ma fino a questo momento, nulla ha arenato l'impressionante crescita economica della Cina, con l'incredibile media di 9.5% annua da oltre tre decenni.
Ruchir Sharma, a capo della sezione mercati emergenti della Morgan Stanley, nel suo nuovo libro “Breakout Nations,” sottolinea come a breve la crisi economica cinese inizierà non per dei fallimenti, ma in virtù dei suoi successi: “La Cina è prossima ad un naturale rallentamento che scuoterà il potere finanziario e politico globale”. La crescita cinese è rimarchevole, ma non è senza precedenti: anche Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno per anni registrato crescite superiori al 9% e poi hanno iniziato a contrarsi. Molti ipotizzano per la Cina un futuro simile a quello giapponese degli anni '90, con un lungo periodo di stagnazione, ma è più realistico ipotizzare quello che è accaduto a Tokyo negli anni '70, quando la potenza economica asiatica iniziò a diminuire il suo tasso di crescita dal 9 al 6%. Il motivo? Il suo successo economico: come nel caso di Seul e Taiwan, l'economia ha prodotto una classe media e molte aspettative in più. Sharma spiega bene il fenomeno: “Nel 1998 per la Cina far crescere del 10% la sua economia da un trilione di dollari, significava dover espandere le sue attività di 100 miliardi di dollari e consumare solo il 10% delle materie prime mondiali. Nel 2011, l'economia è arrivata a 5 trilioni di dollari e dovrebbe espandere di 550 miliardi e succhiare il 30 % della produzione di commodities”. La visione di Shrama è in gran parte sostenuta dal governo di Pechino: da anni la leadership è pronta e si aspetta una diminuzione della crescita: il Premier Wen Jiabao sosteneva che l'economia cinese fosse “non coordinata, non bilanciata ed insostenibile nel lungo periodo.”
La Cina ha ancora diversi strumenti da utilizzare: la Banca Centrale può abbassare notevolmente i tassi di interesse ed il governo può attuare politiche espansive. Ma con dei limiti. Sharma sostiene che, nonostante il debito sia solo al 30% del Pil, quando si sommano i debiti delle aziende statali, molte controllate direttamente dal governo, lo scenario diventa più preoccupante. I consumatori cinesi stanno spendendo di più, ma i tassi di risparmi rimangono troppo elevati. Secondo Sharma, i veri problemi saranno soprattutto per quei paesi che hanno scommesso su una crescita continua della Cina — Australia e Brasile su tutti— come la sua richiesta di materie prime comincerà a calare. Mentre un calo dal 9 al 6% non preoccuperà più di tanto i cinesi, sarà fonte di destabilizzazione per molti altri paesi, soprattutto i paesi petroliferi. Il paese è ricco ed un rallentamento della crescita è tollerabile: ma il regime autoritario cinese, conclude Zakaria, ha basato la sua legittimità politica recente sull'impressionante crescita economica. Un suo rallentamento potrebbe destabilizzare la situazione interna.

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