Il rebus della Corea del Nord
L'unica soluzione efficace appare irrealizzabile: un piano congiunto operativo sino-americano
2003
Prendendo a riferimento le minacce di Kim Yong-un di un attacco nucleare contro gli Stati Uniti, Gideon Rchman in Prepare for endgame in North Korea rivaluta il famoso discorso dell'asse del male del 2002 di George W. Bush. Secondo l'ex presidente americano gli Stati Uniti d'America dovevano utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per impedire ad i regimi dell'asse del male di minacciare la sicurezza interna con armi di distruzioni di massa. Se quest'approccio ha portato ad una guerra sbagliata in Iraq, nel caso della Corea del Nord le indicazioni di Bush sembrano drammaticamente vere.
Nonostante gli ultimi test nucleari condotti dal regime della Corea del Nord, pochi esperti ritengono che il regime di Pyongyang possa avere acquisito la capacità balistica per colpire il territorio americano. Ma la Corea del Sud ed il Giappone sono chiaramente a rischio ed il regime di Kim, inoltre, può sempre vendere le testate a Iran e gruppi di terroristi. Bush aveva quindi percepito un pericolo reale, legando armi di distruzione di massa e terrorismo. I nord coreani hanno finanziato attacchi terroristi in passato ed osservatori iraniani erano presenti all'ultimo test nucleare del 12 febbraio.
Il problema è che 11 anni dopo quel famoso discorso, sottolinea Rachman, nessuno ha trovato una risposta. L'approccio di Bush, basato sull'intervento armato, ha fallito in Iraq. La strategia di Obama, basata su sanzioni e diplomazia, sta fallendo in Iran. Ed, infine, l'approccio cinese – descritto dal giornale cinese Global Times ha dichiarato recentemente che la crisi nucleare dovrebbe essere affrontata attraverso il dialogo e la negoziazione, invece che il confronto basato su dialogo e persuasione – sta fallendo in Corea del Nord, completamente dipendente economicamente da Pechino.
Ma la decisione di appoggiare le nuove sanzioni delle Nazioni Unite la scorsa settimana è un riconoscimento tacito del fallimento di questa strategia. Rispetto allo spettro di una Corea riunificata alleata degli Stati Uniti, la Cina ritiene che il mantenimento dell'attuale regime di Kim sia la migliore soluzione possibile. Ma l'escalation di Pyongyang potrebbe portare la Corea del Sud ed il Giappone a sviluppare il loro arsenale nucleare, iniziando un pericoloso riarmo atomico al confine con la Cina. C'è, inoltre, il rischio di un'escalation delle tensioni e la possibilità di schermaglie nucleari a soli 500 chilometri da Pechino. Per questo, secondo il Columnist del Financial Times, presto Pechino potrebbe accorgersi che lo status quo sia più pericoloso della riunificazione.
Molti in occidente chiedono a Pechino di forzare un cambiamento con sanzioni economiche contro il regime. Ma anche questa strategia sarebbe sbagliata, perché andrebbe a minare la logica del Mad (mutually assured destruction), che ha impedito storicamente lo svilupparsi di guerre nucleari tra le potenze storicamente. Di fronte al rischio di un imminente collasso, il regime nord coreano non avrebbe più alcun freno all'uso dell'arma nucleare. Del resto, un regime che può vedere milioni di persone del suo popolo vedere morire per malnutrizione, o nei campi di prigionia non ha di per sé tanti scrupoli sulle conseguenze di ritorsioni territoriali.
Alcuni hanno prospettato una soluzione diversa. Una clausola di garanzia di sicurezza alla Corea del Nord – garantire a sopravvivenza del regime in cambio del disarmo nucleare – ma tale politica sarebbe immorale verso la popolazione nord coreana ed inefficace: nessuna potenza esterna può garantire la sopravvivenza del regime di Kim.
L'unica soluzione efficace al momento, conclude Rachman, sarebbe un piano comune sino-americano di sanzioni militari ed economiche congiunte. Al momento, però, quest'ipotesi rimane un'utopia irrealizzabile.
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