Il tramonto della giustizia internazionale
Il ritorno del modello westfaliano
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I leader politici che hanno promosso o tollerato uccisioni di massa dovrebbero essere condotti davanti alla giustizia? Si chiede Gideon Rachman in “Rights abusers can breathe more easily”. Molti in occidente risponderebbero istintivamente di sì. L'idea che i leader possono commettere crimini e rimanere impuniti sembra moralmente sbagliata e politicamente pericolosa. Negli ultimi anni, un apparato di giustizia internazionale - con il Tribunale penale internazionale al suo vertice - è stato istituito per garantire che l'omicidio di massa non resti più impunito -
Il mese prossimo, Uhuru Kenyatta, il presidente del Kenya, dovrà presentarsi presso la Corte penale internazionale dell'Aja a causa del suo presunto ruolo nelle violenze post-elettorali nel 2007-08, che causarono più di 1000 morti. Il processo a William Ruto, vice presidente del Kenya, è già in corso. In teoria, i procedimenti contro i leader del Kenya segnano un importante passo avanti nella nuova dottrina internazionale che si prefigge di punire le violazioni dei diritti umani, indipendentemente da quanto potente siano i colpevoli.
Fino a poco tempo, i pensatori più liberali davano per scontato che la Corte penale internazionale, e la dottrina che afferma che la comunità internazionale ha la "responsabilità di proteggere" i civili, fossero l’inizio di un nuovo ordine internazionale. L'idea prevalente era che sarebbe diventato sempre più difficile essere un dittatore e che gli unici attori che avrebbero potuto difendere il vecchio sistema westfaliano della non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani sarebbero potuti essere Pechino e Mosca
Ma oggi, ammette Rachman, la fiducia liberale è ormai in declino, e il sistema di Westfalia sta ritornando in auge. Questo ritorno è spiegato da tre ragioni. Il primo è la guerra al terrorismo. Il secondo è uno slittamento verso est del centro del potere economico globale. L'ultima ragione è l'incoerenza intrinseca nella nuova ideologia anti-Westfalia.
L’immagine internazionale del signor Kenyatta ha potuto avvantaggiarsi della sua gestione del’ attacco terroristico al centro commerciale Westgate a Nairobi. Gli attacchi di Nairobi hanno sottolineato l'idea che il Kenya è ormai uno Stato in prima linea nella "guerra al terrore" e i leader occidentali si sono interrogati se fosse ragionevole mettere il capo di uno Stato fragile sotto processo. Alle Nazioni Unite è anche giunta la richiesta di un rinvio a tempo indeterminato del procedimento a carico di Kenyatta.
Tale mossa sarebbe un duro colpo per i difensori del nuovo ordine giuridico internazionale volto a punire chi viola i diritti umani. Anche se il processo a carico di Kenyatta andasse avanti, il dibattito su fino a che punto il mondo può continuare a perseguire i leader brutali non può avere nella guerra al terrorismo un suo limite. A questo si aggiunga la considerazione che, mentre il centro del potere economico globale si sposta verso est, i governi occidentali si trovano ad interagire – e troppo spesso ad essere accondiscendenti - con partner stranieri che poco amano essere controllati e giudicati sul tema dei diritti umani.
La Cina è l'esempio più evidente, conferma Rachman, ma è probabile che la questione sia destinata a porsi anche per l'India, un paese che è spesso lodato come la più grande democrazia del mondo. Sondaggi e esperti suggeriscono che Narendra Modi, leader politico dell'opposizione, potrebbe diventare il prossimo Primo Ministro dell'India nel 2014. Modi è ampiamente considerato negli Stati Uniti e in Europa come un nazionalista indù, che ha giocato un ruolo ambiguo nei tumulti che portarono alle uccisioni di massa di musulmani nel Gujarat nel 2002, subito dopo la sua nomina a capo del governo del Gujarat. A seguito delle violenze, Modi è stato evitato dai diplomatici europei e gli fu revocato il visto per gli Stati Uniti. Ora che Modi si avvicina al potere, il boicottaggio europeo sta venendo meno e, se diventerà primo ministro, sembra altamente improbabile che l'America lo eviterà - data l'importanza strategica che gli Stati Uniti attribuiscono alle relazioni con l'India.
Una riabilitazione di Modi evidenzierebbe la terza grande falla nel sistema emergente della giustizia internazionale: la sua inconsistenza intrinseca. Il problema è che è già diventato evidente che la giustizia "universale" è altamente selettiva. Le nazioni africane lamentano che la Corte penale internazionale abbia perseguito solo i leader africani quando avvocati per i diritti umani sostengono che una varietà di figure potenti, da George W. Bush a Vladimir Putin a Tony Blair potrebbero essere accusati di crimini di guerra.
Mentre le nazioni in via di sviluppo acquistano forza economica, inoltre, l'insistenza cinese e russa sui principi di Westfalia sembra guadagnare consensi. Molte potenze emergenti, come l'India, hanno ricordi ancora vividi del colonialismo, e quindi hanno un risentimento istintivo verso l’ingerenza occidentale. Il Commonwealth - presieduto dalla Regina d'Inghilterra, ma dominata da nazioni non occidentali - sembra deciso tenere un vertice nello Sri Lanka il mese prossimo, nonostante il governo di “vanti” una serie incredibile di abusi dei diritti umani nella guerra civile terminata nel 2009.
L'idea di perseguire i leader internazionali che hanno commesso violazioni dei diritti umani è giusta, conclude Rachman, ma sta cominciando a fallire il test della realtà.

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