IORESTOACASA. IL CORONAVIRUS E IL SENSO DI RESPONSABILITÀ

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IORESTOACASA. IL CORONAVIRUS E IL SENSO DI RESPONSABILITÀ



Ogni periodo storico ha le sue parole magiche, quelle capaci di chiudere ogni accesso alla razionalità e quindi alla realtà dei fatti, lasciando spazio a quell’irrazionalità che oggi va di moda chiamare “percezione” e che alla stregua di un pifferaio magico riesce a trascinarsi dietro senza fatica milioni di persone.

La “percezione” è qualcosa di fantastico. In senso proprio. Infatti riesce a mettere all’angolo la scienza con buona pace di tutti. Pensiamo al freddo o al caldo “percepito”, espressione frequente da qualche anno. Percepito e quindi diverso da ciò che è misurabile con strumenti scientifici e, in nome di quel “percepito” , si fanno scelte conseguenti di cui sembra non si possa più fare a meno.

Il “percepito” è già di per sé parola magica, ma a seconda delle situazioni può aver bisogno di altre parole adatte a  forgiare la percezione nel modo voluto. Ad esempio,  un’ottantina di anni fa in Germania andava alla grande la necessità percepita di uno “spazio vitale” e allora tutti dietro al führer nell’occupazione del Corridoio di  Danzica perché la suggestione richiamata dal termine “lebensraum” copriva ogni altra ragione. 

Di esempi di questo tipo potremmo farne a decine e in tanti diversi campi, dalla politica alla moda o all’alimentazione perché la sostanza non cambia: le motivazioni simboliche, una volta fatte proprie, hanno sempre la forza di annichilire le
motivazioni razionali.


Focalizziamoci ora sul fenomeno del momento, quello che sta devastando l’Italia più di quanto razionalmente si sarebbe potuto credere: il nuovo coronavirus, e proviamo a capire come siamo arrivati a questo punto nel nostro Paese diventato ormai, agli occhi dell’Europa, un covo di appestati, tanto che molte compagnie aeree hanno cancellato centinaia di voli da e per l’Italia, sono state addirittura chiuse le frontiere, sebbene si sappia che il virus è già entrato da un pezzo  in ogni nazione senza mostrare i documenti.

Precisiamo che questo virus non va sottovalutato e siamo consapevoli della sua alta contagiosità,  sebbene per fortuna si accompagni a bassa letalità, ma bassa letalità non significa che sia innocuo e comunque è di tre volte superiore alla comune influenza. Come molti altri patogeni  diventa sicuramente letale se si insedia in un sistema immunitario indebolito da denutrizione,  malattie in corso o età avanzata ma può distruggere anche la vita, sebbene più raramente, di chi avrebbe tutte le carte in regola per uscire indenne dal suo attacco. Però, stranamente, dai media non ci  arriva l’indicazione di rinforzare le difese immunitarie, ma solo  la conta dei morti uno ad uno facendo percepire il virus come il più pericoloso killer seriale degli ultimi secoli, killer contro il quale non ci sono difese se non quella dell’isolamento dell’untore e dall’untore vero o presunto creando separatismi e isterie collettive contro  chi “potrebbe”, solo camminando, diffondere il virus.
Virologi, epidemiologi, nonché fisici, medici di varie specialità e tuttologi vari  stanno avendo una buona stagione televisiva e grande visibilità  facendo a gara con i vari politici nell’incrementare il panico, a parte pochissime eccezioni. Qualcuno, evidentemente molto ben preparato, ha fatto di più, il dr. Burioni per esempio, tra una trasmissione e l’altra, è riuscito anche a trovare il tempo per dare alle stampe con velocità supersonica il suo libro dal titolo “Virus, la grande sfida. Dal coronavirus alla peste…”

I pochi medici che hanno provato a tranquillizzare la popolazione spiegando che il virus ha bassa letalità e le sue vittime sono prevalentemente persone molto anziane e/o già malate, sono stati trattati alla stregua di chi avesse invocato una selezione naturale di stampo para-nazista mentre, in realtà, stavano solo dando la comunicazione che proprio quella fascia, essendo a rischio, doveva evitare il contagio. Alcuni giornalisti hanno brillato nel dare di queste comunicazioni una lettura ingiuriosa verso gli anziani, aggiungendo, al già abbondante allarmismo, il disprezzo verso chi tentava di ricondurre a una lettura corretta la morbilità del virus.

Gli italiani, di fatto, hanno velocemente spostato sul patogeno asiatico quell’inquietudine sociale che da anni non trova sane vie d’uscita. Così, dopo aver sparato a zero sulla totalitaria Cina che chiudeva in quarantena milioni di persone, e dopo aver espresso le più feroci critiche verso il “dittatore” Xi Jinping perché non avrebbe affrontato per tempo il virus che, secondo i veggenti nostrani, si sarebbe già manifestato lo scorso novembre e ora privava i cittadini della loro libertà in tutta la provincia di Hubei, dopo questa prima fase anticinese, gli italiani sono  passati all’intolleranza degli uni verso gli altri accusando di irresponsabilità chi si trovava in “zona rossa” e voleva  uscirne, colpevole di diffondere il virus nelle regioni “sane”.

A questo punto, di decreto in decreto si è arrivati a rendere zona rossa l’intera nazione, non certo per una tardiva affermazione di democratica eguaglianza, quanto per frenare una pericolosa intolleranza, alimentata pure da una certa nemesi storica tra nord e sud, visto che i nordici, presi dal panico, hanno affollato in massa le loro stazioni per scendere verso il sud al quale per decenni hanno riservato appellativi spregevoli.

Mentre tra un decreto e una nuova dose di allarmismo mediatico  ci si avvicinava sempre più al quadro descritto da Saramago in “Cecità”, spuntava la parola giusta, accompagnata da video e audio che sono diventati virali su ogni social. La parola chiave era “responsabilità” e sui profili FB di decine di migliaia di italiani residenti sotto la linea del Rubicone, precedentemente critici verso la gestione dell’emergenza, si leggeva la frase compiuta “senso di responsabilità”. A questa si accompagnava l’ashtag “iorestoacasa” la cui diffusione era già stata affidata a uomini di spettacolo come Fiorello, a cantanti famosi e band musicali come i Negroamaro.

Sugli smartphone intanto seguitano ad arrivare audio in cui dottoresse di vari ospedali, presentandosi solo con nome di battesimo e rivolgendosi  a una presunta cugina o amica, con identico stile molto famigliare comunicano che non si possono salvare le vite dei più anziani perché mancano gli strumenti per la ventilazione e invece di chiedere che vengano immediatamente acquistati, invitano tutti a stare a casa per “senso di responsabilità” a non uscire per non infettare o essere infettati e non far stare i bambini con i nonni perché diventerebbero i loro involontari assassini.

Senso di responsabilità” è la frase magica che accompagna l’ashtag “iostoacasa” e la fiera affermazione “io faccio la mia parte”. Ma perché non si acquistano immediatamente i respiratori? Perché non si prende coscienza del taglio di quasi 40 miliardi di euro alla sanità solo negli ultimi anni, con taglio di migliaia di posti letto e di strutture che ora sarebbero salvavita?

No, l’emergenza, miracolosamente non si sposta sulla necessità immediata dell’acquisto dei salvavita, ma sull’emanazione di norme che prevedono perfino l’arresto per chi si sposta dalla sua residenza ufficiale, e queste vengono salutate come sacrosante da un buon numero di ex-garantisti che non si rendono conto né di un subdolo attentato alla Costituzione, né del fatto che le deroghe previste dal decreto a chi le richiede per  recarsi al lavoro privano il provvedimento di ogni efficacia verso il contenimento del contagio.

Inoltre, tra le stranezze del periodo, va considerato l’arrivo – senza nessun tentativo di respingimento – di altri 20.000 marines inviati dagli USA  con il compito di  sparpagliarsi per l’Europa, privi di equipaggiamento sanitario e assolutamente esonerati dal test di positività, ma con l’obiettivo “ufficiale” di controllare l’andamento del coronavirus. Loro non portano contagio. E non è un film di fantascienza.
 
In quest’Italia angosciata dal terrore dell’invisibile nemico, dove non prevale il panico prevale l’ostentazione di comportamenti goliardici e provocatoriamente irresponsabili. Insomma l’Italia sembra preda di una follia collettiva che lascerà sicuramente importanti tracce quando l’emergenza sarà finita.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Inizialmente con l’aiuto, volontario o meno, dei media – non solo nazionali –  i quali, omettendo la comparazione dei dati relativi alle normali epidemie influenzali, hanno lasciato “percepire” la gravità straordinaria di un virus attorno al quale sono fioriti dapprima i più volgari stereotipi anticinesi espressi dalla parte più gretta e razzista della popolazione italiana (cui ha fornito alimento, in modo oggettivamente irresponsabile il presidente del Veneto Zaia)  e poi - quasi fosse un esperimento sociale teso a capire come addomesticare un popolo in un contesto di panico generalizzato - hanno trovato le parole giuste per eliminare la resistenza di chi è abituato a ragionare criticamente.
Sarebbe bastata la corretta informazione  di dati comparativi che avrebbero relativizzato e riportato alla sua dimensione reale il problema, bastava ad esempio dire la verità sull’influenza che nell’inverno 2017/18 ha ucciso solo in Italia 18.000 persone, molte delle quali vaccinate, per riportare tutto nella normalità invece che tuffare un paese nel panico o, per infantile reazione, nell’irresponsabilità.

Ora ci troviamo un’Italia impazzita, in cui una minoranza si sente immortale e provocatoriamente ignora ogni minima norma precauzionale, e una maggioranza,  improvvisamente resasi  conto di non essere immortale, che non si limita a seguire le norme igieniche per ridurre il contagio, ma segue ipnotizzata  la melodia del panico suonata da un pifferaio di cui non conosce neanche il vero volto.

Seguirà a breve la terza intervista al dr. Salmaso (le trovate tutte e tre qui) epidemiologo, specialista in Malattie infettive e tropicali e in Sanità pubblica appena tornato a Padova dalla sua missione in Tanzanìa, per conoscere la sua opinione sulla situazione attuale in Italia.

Patrizia Cecconi
 

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