Iran contro Stati Uniti e Israele: la guerra entra in una nuova fase

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Iran contro Stati Uniti e Israele: la guerra entra in una nuova fase

La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta entrando in una fase sempre più pericolosa, segnata da dichiarazioni radicali, attacchi missilistici e segnali che fanno presagire un conflitto potenzialmente lungo. Il presidente statunitense Donald Trump ha alzato ulteriormente il tono dello scontro, chiedendo apertamente la “resa incondizionata” di Teheran. In un messaggio pubblicato su Truth Social ha affermato che non potrà esistere alcun accordo con la Repubblica Islamica se non dopo la capitolazione del paese e la successiva scelta di un nuovo leader ritenuto “accettabile” da Washington e dai suoi alleati. Le dichiarazioni arrivano dopo l’offensiva congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, ufficialmente con l’obiettivo di neutralizzare le capacità missilistiche e nucleari iraniane.

L’operazione ha provocato centinaia di vittime e ha portato all’uccisione della guida suprema iraniana e di diversi alti comandanti militari. Secondo il governo di Teheran, dall’inizio dei bombardamenti sono morte oltre 1.300 persone, circa il 30% delle quali minori. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato diverse ondate di missili balistici contro Israele e contro basi militari statunitensi nella regione. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato di aver colpito obiettivi strategici tra il Golfo Persico e Tel Aviv nell’ambito dell’operazione denominata “True Promise 4”. Tra le armi utilizzate figurano i missili Khorramshahr-4, Khaibar e Fattah, quest’ultimo presentato nel 2023 come sistema ipersonico capace di manovrare in volo per eludere le difese antimissile. Un dettaglio significativo riguarda però la natura dell’arsenale impiegato finora. Secondo fonti militari iraniane, la maggior parte dei missili lanciati in questi giorni risale alla produzione tra il 2012 e il 2014. I sistemi più avanzati sarebbero stati utilizzati solo in casi limitati, mentre nuove armi a lungo raggio potrebbero entrare in campo nelle prossime fasi del conflitto.

Parallelamente, Teheran sembra prepararsi allo scenario più estremo: un’invasione terrestre statunitense. Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran non teme questa eventualità e che, al contrario, “li stiamo aspettando”, sostenendo che un intervento di terra sarebbe “un grande disastro” per Washington. Araghchi ha inoltre respinto l’idea che l’Iran abbia chiesto un cessate il fuoco, affermando che in passato è stato Israele a richiederlo dopo non essere riuscito a piegare la resistenza iraniana. Mentre la retorica politica si radicalizza, emergono però segnali di tensione anche sul fronte industriale e logistico statunitense. Trump continua a sostenere che gli Stati Uniti dispongano di scorte di munizioni “praticamente illimitate” e che possano sostenere guerre prolungate senza difficoltà.

Tuttavia il Pentagono sta convocando d’urgenza i principali contractor militari - tra cui Lockheed Martin e RTX (Raytheon) - per accelerare la produzione di armamenti. Secondo fonti vicine al Dipartimento della Difesa, gli ultimi conflitti - dall’Ucraina a Gaza fino agli attacchi contro l’Iran - hanno consumato grandi quantità di missili e sistemi avanzati. Anche armi simbolo della potenza statunitense, come i Tomahawk, richiedono tempi di produzione significativi e costi elevati. Non a caso l’amministrazione starebbe preparando una richiesta di bilancio supplementare da circa 50 miliardi di dollari per rimpiazzare parte delle scorte utilizzate. Il quadro che emerge è quello di una guerra che rischia di trasformarsi in un conflitto di logoramento. L’Iran, forte di una produzione missilistica attiva e di una strategia orientata alla durata, sembra prepararsi a una maratona militare. Gli Stati Uniti, pur restando la principale potenza militare globale, devono invece confrontarsi con i limiti della propria capacità industriale e con il costo crescente di una guerra prolungata. In questo contesto, la differenza tra retorica politica e realtà strategica potrebbe diventare sempre più evidente. Perché nelle guerre lunghe non basta avere grandi arsenali all’inizio: ciò che conta davvero è la capacità di sostenerli nel tempo. E proprio su questo terreno potrebbe giocarsi la partita decisiva dei prossimi mesi.


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