Israele: compiacenza privata, pubblica paranoia
Guardandosi intorno, gli israeliani vedono molti sviluppi positivi per lo Stato ebraico
1620
In questi ultimi anni, Benjamin Netanyahu si è specializzato a giocare il ruolo di profeta nel deserto, esordisce Gideon Rachman in “Israel’s public paranoia masks private complacency”. Mentre gran parte del mondo ha applaudito l’accordo temporaneo sul programma nucleare iraniano, il primo ministro israeliano lo ha denunciato come "un pessimo affare". In un recente discorso, Netanyahu ha avvertito ancora una volta che il governo iraniano resta un "regime impegnato alla distruzione di Israele".
Queste dichiarazioni pubbliche danno un'immagine di Israele come uno Stato paranoico e isolato. Il volto privato della leadership politica e commerciale di Israele è, contrariamente, molto più rilassata, sicura di sé e anche arrogante. Guardando in giro per il mondo, gli israeliani vedono molti sviluppi economici, strategici e diplomatici che sono positivi per lo Stato ebraico.
Questo non vuol dire, prosegue Rachman, che gli avvertimenti di Israele sull'Iran sono falsi. I leader del paese odiano veramente Tehran e temono la prospettiva di un Iran nucleare. Ma la pressione israeliana ha contribuito a garantire che l'accordo interinale riguardasse anche l’impianto ad acqua pesante di Arak. Nel corso dei prossimi sei mesi, gli israeliani manterranno alta la pressione, cercando di garantire che qualsiasi accordo finale non riguardi solo gli impianti di arricchimento dell'uranio, ma anche la ricerca missilistica e metallurgica che potrebbe permettere all'Iran di trasformare l'uranio arricchito in una bomba.
Di tanto in tanto, secondo il Columnist del Financial Times, si ha anche impressione che Israele si stia riconciliando con l'idea di un Iran come uno "Stato sulla soglia nucleare” e si prepari a sfruttare al meglio la situazione. La prospettiva di un accordo internazionale con l'Iran, anche se sgradita a Israele, ha avuto un effetto positivo per lo Stato ebraico: ha creato un’apertura diplomatica tra Israele e l'Arabia Saudita e gli Stati del Golfo sulla base di una comune paura dell'Iran, così come un'ostilità comune ai Fratelli Musulmani. Shimon Peres, presidente di Israele, è recentemente intervenuto - in collegamento satellitare - ad una conferenza sulla sicurezza ad Abu Dhabi e il sentore comune è che questa sia solo la punta pubblica di un rapporto molto più profondo.
Gli israeliani stanno adottando anche una visione più positiva delle turbolenze nel mondo arabo - che si sono sempre presentate piene di rischi ma anche di opportunità per Israele. La guerra civile in Siria comporta chiaramente pericoli reali per Israele, in particolare la minaccia che lo Stato si frammenti, consentendo ad al-Qaeda di mettere radici. D'altra parte, la minaccia che un tempo è stata posta dall'esercito siriano è in gran parte scomparsa.
Gli israeliani sono anche felici per la distruzione delle armi chimiche della Siria. E la realpolitik della situazione è che i due gruppi che sono profondamente ostili “allentità sionista" - al-Qaeda, da un lato, e Hezbollah dall'altra - sono impegnati a uccidersi a vicenda sul suolo siriano, invece di dirigere il loro fuoco contro Israele.
Il recente colpo di stato militare in Egitto è stato accolto con un piacere appena dissimulato dal governo israeliano. L'amministrazione Netanyahu temeva e diffidava della Fratellanza Musulmana – preoccupato che l’ascesa degli islamisti si sarebbe tradotta nel mancato rispetto del trattato di pace tra Egitto e Israele. Gli israeliani, spiega Rachman, sono molto più a loro agio con l'esercito egiziano che sta già mettendo alle strette l'amministrazione di Hamas nella Striscia di Gaza.
Se il lancio di razzi da Gaza può essere controllato, la minaccia alla sicurezza di Israele proveniente dai palestinesi sarà ridotta al minimo. Il muro che Israele ha costruito intorno alla Cisgiordania ha ripristinato un senso di sicurezza per la maggior parte del paese e ha contribuito a favorire un decennio di rapida crescita economica, veicolato dal grande successo del settore tecnologico del paese.
L'amministrazione Obama e i liberali israeliani lamentano questo approccio basato sulla sicurezza nei confronti dei palestinesi come miope - sostenendo che la miseria e l'umiliazione dei palestinesi finiranno per rivelarsi disastrosa per Israele. John Kerry, il Segretario di Stato Usa, ha recentemente messo in guardia contro una "terza intifada" e l'UE si sta muovendo per sanzionare le merci che vengono prodotte nei territori occupati da Israele.
Netanyahu sostiene di comprendere tutti questi pericoli e ha pubblicamente appoggiato la soluzione dei due Stati così duramente promossa da Kerry. Tuttavia, la tesi di Rachman è che il primo ministro israeliano stia semplicemente assecondando il suo entusiasta visitatore americano ma che lo sforzo di pace Kerry verrà affossato, come tanti altri prima di lui.
Un crollo nel processo di pace potrebbe portare ad una intensificazione delle sanzioni europee. Ma gli israeliani sono stati compiaciuti dal notare un aumento di poteri economici che sembrano relativamente insensibili alla situazione dei palestinesi. Un ufficiale israeliano ha fatto notare, con piacere, che in sei ore di colloqui con la leadership cinese, "solo 10 secondi sono stati spesi per i palestinesi", rivelando «una sete inestinguibile di tecnologia israeliana". Gli israeliani dicono che anche i Paesi latino-americani tendono ad essere più interessati all’economia e alla tecnologia che alle questioni politiche che preoccupano gli europei e gli americani.
Il riemergere della Russia come attore strategico in Medio Oriente è anche uno sviluppo positivo per Gerusalemme.
Queste tendenze tecnologiche, diplomatiche e strategiche convergenti hanno creato una certa fiducia nelle sale del potere a Gerusalemme. Il problema, chiude interrogandosi Rachman, potrebbe essere, allora, un eccessivo compiacimento?

1.gif)
