La Cina è amica dell'Africa?

I falsi miti che circondano la presenza cinese in Africa

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La Cina è amica dell'Africa?

 

Simplice Asongu in “Is China a Friend of Africa?” su Project Syndicate analizza la politica cinese in Africa. 
 
Per molti paesi in via di sviluppo, sostiene l’autore, gli investimenti esteri diretti (IDE) sono visti come qualcosa di molto positivo. Le aziende internazionali possono portare contanti, competenze, tecnologia, e elevati standard etici in un paese ospitante. Altri paesi non sempre considerano tali investitori in maniera positiva: molti sono accusati di ingerenza politica, di inquinare l'ambiente, di  abusi sul lavoro, e di altre pratiche senza scrupoli.
 
 Questo dibattito è particolarmente animato rispetto agli investimenti cinesi in Africa, un continente con una lunga storia di sfruttamento politico, economico e commerciale da parte delle potenze straniere.
 
La cosiddetta "scuola neocolonialista” considera il rapporto economico della Cina con l'Africa come essenzialmente imperiale, focalizzato esclusivamente sul massimo profitto a breve termine, con poco riguardo per gli standard di governance, per non parlare degli obiettivi di sviluppo dei paesi a lungo termine.
 
 Altri vedono il rapporto meno come una funzione dei principi del libero mercato del capitalismo, secondo il quale chi non ha una forte posizione negoziale si ritrova ad accettare condizioni difficili. 
 
Altri ancora hanno una visione più benigna: le relazioni sino-africane costituiscono una partnership, in linea con il Nuovo partenariato per lo sviluppo dell'Africa , un'organizzazione pan-africana che cerca di responsabilizzare gli Stati africani nelle loro relazioni internazionali.
 
 Chi ha ragione? Per Asongu, ogni valutazione deve rispondere alle numerose accuse che circondano le relazioni sino-africane.
 
 La prima è che la strategia commerciale e di soccorso della Cina miri solo agli Stati con abbondanti risorse naturali e governi deboli - e quindi facilmente influenzabile. Questa affermazione non sembra essere veritiera. La Cina sostiene quasi tutti gli Stati africani sub-sahariani (ad eccezione di quelli che non accettano la politica della “una sola Cina" di Pechino e continuano, ad esempio, a riconoscere Taiwan come un paese indipendente). La Cina è  interessata alle risorse naturali del continente così come lo sono le imprese di qualsiasi paese sviluppato.
 
  Un'altra affermazione diffusa è che le aziende cinesi preferiscono impiegare i propri cittadini piuttosto che gente del posto. Questa è una grave accusa dal momento che gli investimenti diretti esteri dovrebbero mirare alla creazione di posti di lavoro locali. Le aziende cinesi sostengono che solo alcuni lavoratori locali hanno le competenze necessarie e questo potrebbe indurre i governi africani a prevedere alcune clausole in materia di occupazione, compresa la percentuale di assunzioni di cittadini del posto per un determinato progetto, così come hanno fatto.la Repubblica Democratica del Congo e l'Angola 
 
 I critici hanno anche messo in evidenza le cattive condizioni di vita dei lavoratori cinesi, soprattutto rispetto a quelli offerti agli espatriati occidentali. Si deve riconoscere, ammette l’autore, che i bassi costi della manodopera sono una componente essenziale del vantaggio competitivo della Cina che, grazie a finanziamenti a basso costo e a materiali più economici, le consente di competere con le offerte dei concorrenti occidentali.   Gli scettici potrebbero aggiungere che il vantaggio di costo cinese include anche il mancato rispetto di normative ambientali e sociali. Questo punto sembra essere basato più su aneddoti che dati di ricerche serie dal momento che anche le multinazionali occidentali non sono affatto esenti dal compiere tali abusi in Africa.  
 
 Infine, vi è la tesi secondo cui gli IDE cinesi non riescono a trasferire tecnologie e competenze alle imprese locali , quelle che gli economisti definiscono “ricadute positive”. Tali ricadute richiedono che l'investitore sia strettamente integrato nell'economia locale. Gli investimenti cinesi, tuttavia, si concentrano spesso in zone industriali o zone economiche speciali (ZES). Tali accordi proteggono l'investitore da un ambiente economico instabile, ma possono anche isolare gli investitori dalle imprese lacali e quando le ZES offrono agli investitori agevolazioni fiscali speciali, il paese è privo di potenziali ricavi.
Tuttavia, le ricerche sull'impatto degli investimenti cinesi nelle ZES africane hanno rivelato che i legami con le imprese locali sono stati numerosi e positivi e hanno contribuito ad una più ampia industrializzazione dell'economia ospite.
 
 Nel complesso, ci sono poche prove concrete a sostegno di una visione maligna degli investimenti cinesi in Africa. Certo, si potrebbe fare molto per rafforzare le istituzioni e  garantire una gestione sostenibile delle risorse. Inoltre, i governi africani potrebbero rispondere alla "politica africana" della Cina con la propria "politica cinese." Questo potrebbe incoraggiare gli investimenti in una vasta gamma di settori, promuovendo ricadute positive e riducendo al minimo gli effetti negativi. Solo con una strategia a lungo termine i governi ospitanti potranno garantire che gli investimenti cinesi (e di altri) diventino uno strumento di sviluppo e non solo un mezzo per generare profitto a breve termine.

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