La crisi di Detroit ed il futuro economico americano

Non si tratta solo di un declino industriale, ma anche urbano

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La crisi di Detroit ed il futuro economico americano

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In uno dei suoi ultimi post nel suo blog per il New York Times, Paul Krugman si occupa della grave crisi in corso a Detroit domandandosi se questa  rappresenta solo un aspetto della crisi del manifatturiero americano o ci sono sviluppi interni entro l'area che hanno prodotto questo esito così negativo. Il premio Nobel risponde compiendo un interessante parallelo con una realtà dalle condizioni economiche similari a Detroit, Pittsburgh, altra città una volta mono-economica - acciaio non auto – che ha subito un crollo comparabile, ma che oggi ha saputo riprendersi.
Questa divergenza di crescita è recente. Dopo che gli anni '80 sono stati terribili per Detroit e Pittsburgh, le due città hanno registrato dati similari dal lato di crescita e occupazione fino al 2005-2006, all'inizio della Grande Recessione. Da allora, prosegue Krugman nella sua analisi, Detroit è collassata, mentre Pittsburgh ha saputo rilanciarsi. La differenza è chiara e va rintracciata sui dati sull'espansione urbana: in un recente rapporto pubblicato da Brookings si evidenzia, in particolare, come meno del 25% dei lavori di Detroit restano all'interno delle 10 miglia dal tradizionale distretto industriale, contro oltre la metà a Pittsburgh.
Pittsburgh mostra segnali di grande ripresa e la città sembra esser riuscita a diversificare la sua economia e colmare il mismatching lavorativo. Al contrario, Detroit, nonostante la ripresa del settore auto, e del suo centro manifatturiero non è riuscita ad ottenere gli stessi risultati. In questo contesto il disastro in corso a Detroit non è solo un declino industriale, ma è un declino urbano: l'espansione senza controllo, conclude Krugman, ha ucciso la città, privandola del tipo di ambiente necessario per incanalare le nuove risorse di prosperità.

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