La fine del dominio occidentale in Medio Oriente

Il riarmo dei ribelli siriani è solo una piccola parte di un problema molto più complesso

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La fine del dominio occidentale in Medio Oriente

La domanda non deve essere più se l'occidente deve armare i ribelli siriani, ma le potenze occidentali possono continuare a plasmare il futuro del Medio Oriente come lo scorso secolo? Con questa premessa Gideon Rachman in The west’s Mideast dominance is ending sottolinea come le frontiere del Medio Oriente sono oggi così fragili, anche perché il prodotto artificiale di  Gran Bretagna e Francia con l'accordo Sykes-Picot del 1916. L'era franco-inglese di dominio è finita con la crisi di Suez nel 1956 quando gli Usa si sono imposti contro l'intervento in Egitto. Durante la guerra fredda, Stati Uniti ed Urss si sono divisi l'influenza della regione, ma dopo il collasso sovietico nel 1991, Washington è rimasta l'unica potenza ed ha organizzato la coalizione per sconfiggere Saddam Hussein nel 1991, proteggere il flusso di petrolio dal Golfo, contenere l'Iran e ricercare un accordo di pace tra Israele e stati arabi.
Coloro che chiedono un maggior coinvolgimento americano in Siria, vivono ancora in un passato che non esiste più e ritengono che gli Stati Uniti possano e debbano continuare a dominare la politica nel Medio Oriente. Ma, prosegue l'editorialista del Financial Times, quattro cambiamenti fondamentali sono intercorsi e non rendono più possibile questa versione: il fallimento delle guerre in Iraq ed Afghanistan, la Grande Recessione in atto, la primavera araba e la prospettiva dell'indipendenza energetica.
Nell'ultimo decennio, gli Usa hanno imparato che mentre il suo esercito può rapidamente cambiare i regimi del  Medio Oriente molto velocemente, l'America ed i suoi alleati non sono in grado di rendere valido il nation-building di transizione democratica: un decennio di tentativi in Afganistan ed in Iraq hanno prodotto regimi instabili lacerati da diversi conflitti. Il risultato è che anche gli avvocati dell'intervento occidentale in Siria, come il Senatore John McCain, non invocano campagne terrestre, ma solo di rifornire le armi ai ribelli siriani. Mentre il presidente Obama ha recentemente aperto a questa possibilità, la sua riluttanza e scetticismo resta palese ed ampiamente giustificata: se un'occupazione su grande scala ha fallito in Iraq ed Afghanistan, perché credere che rifornire di un po' di armi ad i ribelli siriani possano essere efficace?
Il secondo elemento di cambiamento, la Grande Recessione, impedisce all'occidente di utilizzare ingenti le risorse: la spesa militare europea sta diminuendo sempre di più ed anche il budget del Pentagono si è ridotto. Considerando i costi diretti ed indiretti, la guerra in Iraq viene stimata sui tre trilioni di dollari circa ed il governo americano deve prendere in prestito 40 centesimi ogni dollaro che spende. Per questo non è una sorpresa che Obama è conscio dell'impossibilità di prendere nuovi impegni nel Medio Oriente. 
Il terzo fattore di cambiamento: la primavera araba. Hosni Mubarak era un grande alleato degli Usa, ma Washington ha deciso di non fare niente per impedire il suo ricambio all'inizio del 2011, anche per l'atteggiamento di Arabia Saudita ed Israele. La scelta di allora dell'amministrazione Obama è stata giusta - non avrebbe potuto intervenire senza rischiare una degenerazione stile Siria – ed ha comportato un riconoscimento fondamentale: il popolo del Medio Oriente aveva il diritto di plasmare il suo destino. Da allora, molte delle forze in gioco nella regione - dagli islamisti alle sette sunnite e sciite – stanno però creando motivi di allarme all'occidente ma non possono essere più soppressi.
Infine, come quarto fattore di cambiamento, una rivoluzione energetica interna negli Usa rende il paese meno dipendente dal petrolio della regione.
Accettare che il dominio occidentale del Medio oriente stia per finire, prosegue Rachman nella sua analisi, non significa che le nazioni occidentali non difenderanno i loro interessi. Gli Usa hanno importanti basi militari nel Golfo, ed, insieme con i suoi alleati, cercheranno di impedire che il Medio Oriente verrà dominato da una potenza ostile. La maggiore fonte di preoccupazione resta l'Iran: nonostante le incoraggianti elezioni di inizio settimana, un attacco preventivo al suo programma di riarmo nucleare è ancora un'opzione aperta. Anche le forze jihadiste, legate ad al-Qaeda, incontreranno la resistenza dell'occidente.
Gli istinti umanitari occidentali giocheranno un ruolo, come hanno fatto nella decisione di supportare la ribellione libica. Ma c'è un limite a quello che l'occidente può fare: anche l'ex ministro degli esteri australiano Gareth Evans, il padre intellettuale della “responsabilità di proteggere”, ha assunto una posizione contraria all'intervento militare in Siria. A parte  la decisione finale americana verso i ribelli siriani, l'amministrazione Obama è tutto sommato soddisfatta dell'abilità limitata delle potenze esterne di controllare il nuovo ordine che sta emergendo in Medio Oriente. L'era del colonialismo diretto è finito un decennio fa. L'era dell'impero informale si sta esaurendo. Ed ora?

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