La Francia ha giocato le sue carte con l'Iran

La trasformazione del profilo diplomatico della Francia in Medio Oriente

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La Francia ha giocato le sue carte con l'Iran

Bloccando un accordo sul programma nucleare iraniano, la Francia è riuscita ad irritare contemporaneamente i governi americano e iraniano, esordisce Gideon Rachman in “France has played its cards right on Iran” sul Financial Times.
 
Se i francesi hanno davvero fatto fallire la possibilità di un accordo – e reso la guerra molto più probabile - meritano la rabbia che si sono attirati in questi giorni. Tuttavia, spiega Rachman, giocando al "poliziotto cattivo" contro il poliziotto buono dell'amministrazione Obama, i francesi hanno effettivamente reso più probabile che un eventuale accordo raggiungerà il suo obiettivo di prevenire che gli iraniani si dotino dell’arma nucleare. L’intransigenza francese, spiega il Columnist del FT, ha anche aumentato le probabilità che lo scettico Congresso americano approverà qualsiasi accordo dovesse emergere dai colloqui che riprenderanno tra pochi giorni.  
 
Le potenze straniere che negoziano con l'Iran stanno lavorando per ripristinare la loro immagine di unità. Sia i francesi che gli americani hanno ribadito di avere una posizione comune e se è vero che qualsiasi accordo concordato a Ginevra sarebbe stato un "accordo temporaneo”, con ulteriori dettagli da concordare in seguito, le discussioni del fine settimana hanno rivelato una divisione importante. Coloro che erano più inclini a concludere un accordo sostengono che è fondamentale che ai riformatori iraniani sia dato un premio adesso, per rafforzare la loro posizione. Gli oppositori, guidati dai francesi, invitano invece alla cautela prima di concedere un frettoloso alleggerimento delle sanzioni.
 
La storia degli sforzi falliti dell'Occidente di bloccare l’arma nucleare della Corea del Nord, insieme con i suoi vari riavvicinamenti senza successo con l'Iran nel corso degli anni, suggerisce che gli scettici possono avere le loro buone ragioni.
Nel 2005, le potenze che hanno negoziato con la Corea del Nord hanno raggiunto un accordo che prevedeva un pacchetto di incentivi economici e diplomatici in cambio della chiusura del programma nucleare nordcoreano. L’accordo fallì e nel 2006 la Corea del Nord ha effettuato il suo primo test nucleare. La prima arma testata dalla Corea del Nord è stata una bomba nucleare a base di plutonio, piuttosto che una basata sull’uranio arricchito. L’insistenza della Francia su un accordo con l’Iran che riguardi non solo l'arricchimento dell'uranio, ma anche l'impianto di plutonio in fase di sviluppo ad Arak è quindi particolarmente importante. Ci sono già segnali che indicano che questo approccio più duro stia dando i suoi frutti, con l'Iran disposto a rivedere la sua posizione in merito alle ispezioni internazionali ad Arak. 
 
Si può sostenere, prosegue Rachman nella sua analisi, che l'Iran sarebbe più disposto a rispettare un eventuale accordo sul nucleare rispetto al governo nordcoreano il cui sistema totalitario è probabilmente più adatto ad accettare la povertà estrema e l’isolamento che scaturisce dall'essere un paria nucleare. Nessun potere esterno può però dirsi certo del rapporto di forza tra estremisti e moderati in Iran e, come ricorda il Columnist, già in passato alcuni leader conservatori occidentali sono stati sedotti dalla speranza illusoria di una svolta con l'Iran.
 
Un altro aspetto che Rachman sottolinea è la trasformazione del profilo diplomatico della Francia in Medio Oriente negli ultimi anni. Solo un decennio fa, l'opposizione della Francia alla guerra in Iraq valse ai francesi l’appellativo di “scimmie arrendevoli mangia-formaggio” .   
 
Gli americani, che hanno lavorato a lungo e duramente per concludere questo accordo, potrebbero anche chiedersi perché la Francia, un attore meno importante all’interno del blocco negoziale con l'Iran, sia così determinata a rallentare lo slancio verso un accordo dal momento che, qualora questo accordo fallisse e si dovesse far ricorso all’azione militare, sarebbero gli Stati Uniti a farsi carico del grosso dei combattimenti.
 
Per tutti coloro che seguono il "dossier Iran" è evidente da alcuni anni che la Francia è la più intransigente delle potenze occidentali.  La rabbia della Francia affonda le sue radici nel ruolo giocato dall'Iran nell’uccisione di soldati francesi in Libano nel 1980, ma i francesi hanno anche motivazioni più a breve termine dopo aver recentemente concluso una grande vendita di armi all'Arabia Saudita, il cui governo detesta l'Iran. L'amministrazione di François Hollande ha poi mal digerito il dietrofront degli americani sulla Siria. Secondo il chiacchiericcio diplomatico, rivela Rachman, gli aerei francesi erano già pronti a lanciare un attacco contro il governo di Assad quando Obama ha annullato l’intervento. Si racconta, prosegue il Columnist del FT, che Hollande non abbia ricevuto nemmeno una telefonata che lo informava di questo cambio di decisione prima che questa fosse annunciata pubblicamente.
 
I francesi - come gli altri attori del dramma iraniano – stanno senza dubbio agendo spinti da una pluralità di motivi, alcuni buoni, altri cattivi. Le probabilità che un accordo che scongiuri una guerra con l’Iran venga raggiunto sono decisamente migliori rispetto agli ultimi anni. È però molto più probabile, avverte Rachman, che questo accordo sia in grado di conseguire i suoi obiettivi se le potenze esterne, spronate dalla Francia, saranno in grado di temperare il loro desiderio di porre fine al contenzioso con una buona dose di sana cautela.

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