La grama vita dell'euroscetticismo di sinistra
di Robin Piazzo*
Non è mai facile, da progressisti, mettere in discussione l’Unione Europea. Quando lo si fa si generano subito atteggiamenti sospettosi quando non apertamente ostili da parte delle persone con cui si condivide il medesimo orientamento politico – almeno per quel che riguarda la concezione delle libertà civili e politiche. In un articolo per La Fionda e L’Antidiplomatico ho discusso del perché di questo irrigidimento filo-europeista. Qui di seguito vorrei discutere del perché trovo che questo tipo di posizione, specialmente a sinistra, risulti poco fondata.
Mi è capitato spesso di essere definito rossobruno. Che vorrebbe dire uno che cerca di fare una sintesi tra le protezioni sociali tipiche della sinistra socialdemocratica e posizioni conservatrici sul piano valoriale. Niente di più falso, per quanto mi riguarda. Con tutti i problemi che posso intravedere nella promozione di uno spettro ampissimo di libertà civili – l’individualismo non è sempre un fattore che rafforza le società – non posso che esserne sostenitore; a pelle, ancora prima che per ragione, mi sento libertario in ambito di diritti. Credo si debba riconoscere l’importanza di strutture che mantengano coesa una società, ma sono abbastanza convinto che, per quanto sia complesso, la modernità ci abbia insegnato che questo collante possa essere generato dalla libera e volontaria associazione degli esseri umani. Amo definirmi “Repubblicano”.
La seconda accusa spesso ricevuta è quella di sovranismo. Questa la prenderei un po’ più sul serio. A patto che definiamo cosa intendiamo per sovranismo. Se riteniamo che sovranismo significhi: credere che la sovranità popolare debba essere il valore cardine di una società, e che questa possa esprimersi solo all’interno di uno specifico assetto istituzionale, con i limiti e le peculiarità del dato assetto… allora sì, sono molto sovranista! Il punto è che però l’istituzione attraverso la quale si esercita la sovranità popolare non è necessariamente lo stato-nazione. Può essere qualsiasi cosa: un’assemblea, un partito, un sindacato, uno stato, un comune, una confederazione. Bisogna però prendere sul serio il contesto storico e le peculiarità di ciascuna istituzione. Occorre chiedersi, senza dogmi e risposte pre-impostate: qual è, nel contesto in cui vivo, l’istituzione più adatta alla formulazione ed espressione della sovranità popolare?
E qui veniamo ad una nota dolente dell’europeismo di sinistra, ovvero il rapporto tra fini e mezzi. Mi pare che definirsi di sinistra sia una questione di condivisione di determinati fini, ovvero di una visione specifica di come dovrebbe essere una società: egualitaria in senso sostanziale, sicura, sostenibile, solidale, democratica, pacifica. Qui mi si deve spiegare, perché nessuno ancora mi ha convinto, per quale motivo dobbiamo ritenere che una federazione continentale sia un mezzo in grado di promuovere questo tipo di società meglio dello stato-nazione a prescindere. E mi si deve spiegare perché chi mette in discussione questo assioma deve essere visto con sospetto, quando stiamo parlando di mezzi – strategia – e non di fini, che sono ciò che definisce la nostra identità politica e che condividiamo.
C’è dell’incredibile in questo dogmatismo. Perché spesso l’idea di Unione Europea è difesa proprio a partire da argomentazioni di stampo iper-capitalistico e imperialista. Si dice che l’Europa unita sia l’unico modo per contare qualcosa in un mondo multipolare e per avere un posto nella competizione globale. Lasciamo stare il fatto che non mi pare affatto certo sia così. Ma anche se lo fosse: non sono forse queste argomentazioni veramente sovraniste in senso regressivo? Potenza economica e militare, al fine di poterci difendere meglio dalle minacce esterne: Fortezza Europa. Si può dare una torsione repubblicana alla posizione, naturalmente, sostenendo che l’unico modo per creare una società eguale e sostenibile è quello di renderla tanto forte e difesa da non essere soggetta ad ingerenze esterne; ma ancora una volta, non è questo sovranismo? Si parla di creare una società di un certo tipo all’interno di dati confini, mentre quel che è fuori chissà. Nulla di più sovranista e meno cosmopolita, se ci pensiamo bene.
Si badi che non ritengo queste argomentazioni sciocche. Finchè si resta in un regime capitalistico e di concorrenza tra potenze è più che logico ragionare in questi termini. Si può sempre scegliere tra essere realisti ed utopisti, naturalmente. E a me pare che l’europeismo di sinistra, faccia uno strano pasticcio tra iper-realismo e idealismo velleitario. Da un lato spaccia per idealismo una visione iper-realista basata su competizione e imperialismo; dall’altro da per scontato che un’unione continentale possa diventare un’unione basata sulla protezione sociale, quando le prove in tal senso tutto sommato scarseggiano.
Ora, tornando all’idea che l’istituzione debba essere presa sul serio nelle proprie implicazioni e funzionamenti, ma che essa debba restare un mezzo e non un fine, credo si possano capire i liberali europeisti. Tutto sommato, l’UE incarna per loro un modello di società ed uno strumento per raggiungere tale modello. Non capisco invece il dogmatismo europeista della sinistra e del centro-sinistra. Io non credo che, a prescindere, sia impossibile una democrazia socialista su base continentale – come d’altra parte non credo che l’imperialismo e il capitalismo necessitino per forza di un’unione pseudo-statale: si veda il caso della Nato, ad esempio, potenzialmente una pseudo alleanza confederale, sebbene sbilanciata. Però mi è chiaro che quella dell’Ue come unica via alla democrazia sociale sia una petizione di principio, non dimostrabile nei fatti e smentita dal funzionamento decennale dell’istituzione concreta.
Ora, io francamente non sopporto gli oltranzisti. Mi convincono anche poco le tesi hayekiane contro la possibilità di una democrazia sociale continentale; mi paiono, come le altre posizioni oltranziste, petizioni di principio più che analisi dimostrabili. Ma il punto è un altro. Come dicevo qualche riga fa dobbiamo prendere sul serio le istituzioni e il loro funzionamento – ma non tanto da dimenticarci che sono mezzi e non fini. E la sociologia delle organizzazioni ci insegna che ogni organizzazione è marchiata indelebilmente da quella che definiamo path dependency: non si possono cancellare modalità fondative e storia dell’istituzione, che continueranno necessariamente a pesare sul futuro della stessa. La questione dunque è questa: crediamo che questa istituzione sia funzionale, ora, al nostro modello ideale di società? Se crediamo di no, crediamo che sia possibile, rimanendo nel solco della path dependency, modificare radicalmente tale istituzione, prima che le sue disfunzioni ci portino ad un punto di non ritorno?
Son domande semplici, ovvie, ma di difficile risposta. Io personalmente cambio idea una volta alla settimana. Ma, come dicevo, tollero poco gli oltranzisti. Conosco i miei fini, ma sono agnostico sulle questioni strategiche; se i fini di ciascuno devono essere non negoziabili, sulla strategia occorre farsi persuadere dalla razionalità. E allora sarebbe il caso che, europeisti e non, si enunciassero strategie credibili che possano persuadere rispetto ai mezzi per raggiungere dati fini. Non se ne vedono molte all’orizzonte a dire il vero. Si vedono solo tante persone che elevano dei meri mezzi al rango di fini, senza per la verità capire molto di tali mezzi.
Ma se bisogna proprio scegliere tra oltranzisti, credo si debba preferire l’oltranzista della critica che quello dell’ottusa adesione alla realtà data. Questo perchè se ciò che ci guida è lo spirito critico possiamo sempre essere capaci di cambiare idea; se invece a guidarci è la fede cieca ahimè, rischiamo di fare la fine del soldato fantasma giapponese.
*Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Culture, Politica e Società

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