La Grande Coalizione tedesca non potrà rispettare le promesse

La crisi della zona euro è vicina alla "stagnazione secolare" e Berlino dovrà prendere decisioni drastiche

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La Grande Coalizione tedesca non potrà rispettare le promesse

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Mentre non si potrebbe immaginare un'alleanza tra Laburisti e conservatori in Inghilterra o tra Democratici e Repubblicani negli Stati Uniti, in Germania questo “matrimonio tra nemici” è normale politica. Con questa premessa Wolfgang Munchau sul Financial Times commenta l'accordo di Grande Coalizione raggiunto la scorsa settimana in toni non negativi: nelle 185 pagine del rapporto, si legge per 42 volte la parola competitività, la presenza di un salario minimo, un modesto programma d'investimento, nessun aumento di tasse e nessun taglio. Insieme sono tutti piccoli passi nella giusta direzioni per un paese incolpato da tutti di avere eccessivi surplus commerciali. 
 
Il problema, prosegue Munchau, non è l'accordo in sé, ma la crisi dell'eurozona ancora irrisolta. Non conta quale scenario di soluzione della crisi prevarrà, ma alcune promesse fatte all'elettorato tedesco non possono semplicemente essere rispettate. Per fare solo un esempio: la scorsa settimana l'Ocse ha previsto che il debito greco si stabilizzerà al 160% del Pil nel 2020, contrariamente alle stime della troika che avevano parlato del 124% del Pil. La strategia dell'Ue del “fingi ed estendi” è arrivata al capolinea e non può essere proseguita. 
 
Ci sono poi notizie sempre più pressanti di una possibile deriva deflazionistica della zona euro: la Banca centrale europea ha dichiarato che la crescita monetaria è diminuita ancora ad ottobre ed i prestiti delle banche al settore privato continua a contrarsi a ritmi sempre maggiori.

Quello che i tedeschi, prosegue il Columnist del Financial Times, generalmente non realizzano è che la loro resistenza alle proposte di Unione bancaria contribuisce alla persistenza del credit crunch. La Bce sta per iniziare un asset quality review sullo stato di salute degli istituti di credito, al termine del quale le 130 principali banche nella zona euro potrebbero aver bisogno di 100 miliardi di euro di nuovo capitale. L'élite politica tedesca è contraria ad un nuovo utilizzo di ricapitalizzazione delle banche attraverso il Mes, il Fondo Salva Stati, tranne che in casi molto rari ed è ragionevole aspettarsi che il credit crunch continuerà fino a quando continuerà l'aggiustamento del settore bancario – vale a dire fino a fine 2014. La Bce, d'altro canto, sta finendo tutte le misure convenzionali a sua disposizione e ha poche possibilità di eliminare la pressione deflazionistica sul restringimento del credito, e l'aggiustamento dei prezzi e dei salari nei paesi del sud rischia di divenire ancora più dolorosa.
 
La zona euro, afferma Munchau, rischia lo scenario che l'ex Segretario del Tesoro americano, Lawrence Summers,ha recentemente indicato: una stagnazione secolare con tassi reali negativi permanenti. E' difficile immaginare un'unione monetaria decentralizzata come la zona euro sopravvivere in queste condizioni e se Summers dovesse aver ragione, la zona euro è spacciata. La Bce ha un'alternativa per evitare il disastro: con misure non convenzionali, infatti, potrebbe comprare una grande quantità dei titoli obbligazionari della zona euro. Non si tratta dell'OMT ( outright monetary transactions ) - un freno temporaneo - ma un'azione di quantitative easing per portare giù i tassi d'interesse dell'area.
 
La grande questione politica è quanto la classe politica tedesca  e la sua Corte costituzionale accetteranno soluzioni come queste. Le Grandi Coalizioni, conclude Munchau, sono buone per programmi come le riforme delle pensioni, ma inutili quando devono portare l'opinione pubblica ad accettare scelte difficili. Per ora, entrambe le parti hanno posto i paletti da non oltrepassare – nessun fondo comune di risoluzione della crisi del debito, nessun salvataggio delle banche da parte dei contribuenti tedeschi, no agli eurobonds. Il grande lavoro ora è trovare i punti dove devono dire entrambi si.

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