La Grecia del Caribe: la crisi esplode nel "mediterraneo" americano

"Come per Atene, Portorico non può prendere le misure necessarie per ripartire. Non è uno stato sovrano, ma una colonia Usa"

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La Grecia del Caribe: la crisi esplode nel "mediterraneo" americano


di Ricardo Alarcón de Quesada*
 
Lo scorso 5 luglio, il popolo greco ha dato una formidabile dimostrazione di dignità, coraggio e lucidità. Più del 61% dei cittadini recatisi alle urne di un referendum senza precedenti, ha votato contro le terribili condizioni degli usurai della Troika. È una vittoria il cui significato va al di là delle frontiere elleniche. Che cosa succederebbe negli altri Paesi europei se i loro governanti si spingessero a consultare l’opinione pubblica sui programmi neoliberisti? Quanti governi del vecchio Continente possono contare su un margine di consenso così ampio? Ovviamente questo risultato impressionante non porrà fine alla crisi. Ma i greci si sono guadagnati la solidarietà e la gratitudine di tutti coloro che credono che un mondo migliore sia possibile. 
 
In questi stessi giorni un’altra crisi è esplosa nel Mediterraneo americano. Il governatore García Padilla del Porto Rico ha dichiarato che l’isola sta affrontando una situazione finanziaria insostenibile e che non potrà pagare il suo debito. Le sue parole sono confermate dai recenti rapporti pubblicati negli Stati Uniti che dichiarano quello che molti portoricani già sapevano perché lo vivono sulla loro pelle.
 
Già nel 2013 il Washington Post parlava del crollo economico dell’isola e il The Economist la definiva la “Grecia del Caribe”.
 
La situazione portoricana è particolarmente difficile. Non è possibile dichiarare bancarotta, come per esempio ha fatto Detroit rifacendosi alla legislazione federale, perché non fa parte dell’Unione Nordamericana. 
 
Non può adottare misure elementari che gli permettano di difendere la sua economia – come per esempio diversificare i mezzi di trasporto commerciale- perché le leggi del suo diritto di navigazione la obbligano a impiegare solo la costosissima marina mercantile nordamericana. L’elenco di provvedimenti che un Paese in crisi potrebbe intraprendere è lungo ma inaccessibile al Porto Rico dal momento che non è uno Stato sovrano. È una colonia degli Stati Uniti.
 
Nelle parole del congressista federale, Luis Gutiérrez: “Poiché il Porto Rico è una colonia, non possiamo andare dalla comunità internazionale a chiedere gli aiuti della Banca Mondiale o dell’FMI, ma Washington non si assume le sue responsabilità come potere coloniale”.
 
Tempo fa il Tribunale Supremo degli Stati Uniti fu chiaro: “Porto Rico appartiene a ma non fa parte degli Stati Uniti”.
Ingabbiate in questa triste condizione, le autorità del patetico “Stato Libero Associato” possono solo chiedere una soluzione a coloro che governano da Washington. La situazione del Porto Rico non richiama le prime pagine dei giornali e non provoca febbrili consultazioni di Capi di Stato. Come possesso nordamericano, il Porto Rico manca di sovranità propria ed è completamente soggetto all’autorità del Congresso federale che può decidere liberamente e indiscriminatamente come e quando farlo. Questo Congresso non ha mostrato alcuna sensibilità neanche per i bisogni più urgenti del territorio. 
 
Nel novembre del 2012 anche in Porto Rico ci fu un referendum in cui la maggioranza assoluta della popolazione respinse espressamente il suo attuale status coloniale. E la cifra sarebbe stata significativamente più alta. Infatti molte migliaia di cittadini portoricani si sono visti privati del loro diritto di voto. Anche loro, come i greci, hanno dato un esempio ammirevole pretendendo rispetto per i loro diritti sovrani nelle condizioni più avverse. Sono passati più di due anni e Washington continua a ignorare la loro richiesta. Adesso tutti riconoscono la bancarotta di un sistema rifiutato dal popolo. Questa volta ci sarà una risposta?

*Per 20 anni il Presidente dell'Assemblea nazionale cubana

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