La Grecia dice no all’austerity

Tsipras e la sospensione del pagamento del debito

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La Grecia dice no all’austerity


di Cesare Sacchetti


Esplode la gioia in piazza Klathmonos ad Atene, alla notizia che Syriza è in testa nello scrutinio dei voti con il 35,9%. La Grecia manda un segnale chiaro a Bruxelles e a Berlino; l’austerità non può andare avanti e il popolo greco ha scelto il partito guidato da Alexis Tsipras, per voltare pagina e porre fine a 5 anni di massacri sociali. I segnali di una vittoria erano venuti già durante il fine-settimana quando Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, aveva telefonato a Tsipras chiedendogli a che ora preferisse ricevere la rituale chiamata di congratulazioni per la vittoria alle urne, infrangendo il tradizionale protocollo di osservazione del silenzio preelettorale. La sfida più difficile per Tsipras comincia proprio ora, probabilmente costretto alla ricerca di un’alleanza politica con il partito To Potami, che gli consentirebbe di governare con la maggioranza assoluta, senza la quale le prospettive di governo si complicherebbero per Syriza. Dalla sede dell’Eurotower, fanno già sapere che il QE sarà applicato solo se la Grecia continuerà sulla via dell’austerity. Molto è stato detto e scritto sull’efficacia di questa misura nella fattispecie dell’eurozona. Questa volta probabilmente ha ragione il falco della Bundesbank Jens Weidmann: il QE non servirà ad arrestare la deflazione né tantomeno avrà alcun effetto sull’economia reale. Il QE è essenzialmente una manovra di politica monetaria, ma questa da sola, come già dimostrato dall’esperienza della Bank of Japan, la banca centrale nipponica, non ha la capacità di stimolare la produzione reale, al contrario l’effetto che si prefigge tale manovra è la calmierazione dei tassi di interesse sui titoli di Stato. La BCE, con l’inizio del piano d’acquisto dei titoli di Stato, ha come obbiettivo quello di contenere il livello dei tassi di interesse ma questi per la maggior parte dei paesi europei sono a livelli piuttosto contenuti: si pensi al rendimento dei rendimento dei Btp italiani a 10 anni calato all’1,579%, a quello dei bonos spagnoli fermi al 1,41%, e ai bond francesi che fanno registrare un tasso dello 0,602%. Come si vede, in questo particolare momento non ci troviamo in una situazione di tassi particolarmente alti, che non si avvicinano alla soglia di insostenibilità per gli stati membri, il cui unico rischio concreto in questo momento è rappresentato dalla deflazione , la quale aggrava sicuramente il peso del debito sugli stati dell’eurozona, ma senza che i tassi abbiano ancora toccato soglie d’allarme. La crisi dell’eurozona non è data da elevati livelli dei tassi di interesse, quindi un loro ulteriore abbassamento non raggiungerà alcun risultato tangibile né sull’aumento dei livelli di inflazione né sullo stimolo della spesa per consumi. Inoltre, la BCE non si assumerà il rischio dei titoli, i quali saranno sulle spalle delle banche centrali nazionali per l’80%, quindi il SEBC, ovvero il Sistema Europeo delle Banche Centrali, composto dalla BCE e dalla banche centrali nazionali degli stati membri, perde la sua ratio originaria espressa nell’art.105 del TUE, dove si fa riferimento alla conduzione di una politica monetaria comune che accomuni tutti gli stati membri dell’euro; difatti tale prescrizione viene meno poiché la Bce “scarica” il rischio del QE per una quota del 80% sulle spalle delle banche centrali degli stati membri, perciò viene meno l’idea stessa di una politica monetaria comune. Questo perché è presente nello stesso TUE un concetto antitetico all’idea di una politica monetaria comune, e lo si trova nell’art.123, comma 1 del Trattato in questione, dove si vieta espressamente il finanziamento del deficit da parte della BCE verso gli stati membri: “ sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate "banche centrali nazionali"), a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.” Da un lato si parla del criterio di politica monetaria comune, mentre dall’altro lo si nega attraverso l’applicazione del principio di divieto di finanziamento del deficit nei confronti degli stati membri. Un’operazione, quella dell’acquisto dei titoli, che in questo momento non avrà effetti particolari e non sortirà alcuna ripresa economica, fino a quando gli stati membri non utilizzeranno la leva del deficit spending, tale da favorire l’aumento della spesa pubblica che consentirebbe di uscire dalla spirale deflattiva. Il paese che teoricamente potrebbe più beneficiare da un acquisto dei titoli di Stato è la Grecia, i cui bond decennali sono al 8,41% e un alleggerimento della spesa per interessi nel caso greco, sarebbe senz’altro un beneficio. I paesi che vedranno maggiori acquisti dei titoli di Stato sono quelli che detengono le maggiori quote della BCE, il cui azionista di maggioranza è la Bundesbank con il 17,99% contro il 2% della Bank of Greece. Quindi il QE non andrà ad alleviare in modo particolarmente incisivo, il peso della spesa per interessi sul paese che in questo momento ha i tassi di interessi tra i più alti dell’eurozona.

 
Tsipras e la sospensione del pagamento del debito
 
La partita che dovrà giocare Tsipras sarà sul fronte del pagamento degli interessi sul debito. L’80% del debito greco è in mano ai creditori stranieri, Germania e Francia su tutti, e se il leader di Syriza sarà coerente con quanto dichiarato fino ad ora dovrà necessariamente scontentare qualcuno. Nel caso in cui Tsipras non dovesse onorare il pagamento degli interessi sul debito, le istituzioni europee (BCE e CE) e il FMI hanno fatto sapere che sospenderanno il programma di finanziamenti verso la Grecia, e in questo caso al leader greco restano due strade: o accetta le condizioni della Troika oppure è costretto a uscire dalla moneta unica, con un probabile default, per varare un piano massiccio di interventi statali. Tsipras ha dato un’immagine di sé come uomo del cambiamento, pronto a voltare pagina e restituire ciò che è stato tolto ai greci nei cinque anni di rigore a cominciare dalla tredicesima ai pensionati, dalla fornitura di elettricità gratuita a 300 mila famiglie al di sotto della soglia di povertà, fino alla garanzia di assistenza sanitaria gratuita ai molti disoccupati greci privi di assicurazione. Il compito è quello di ricostruire un paese allo stremo, reduce da 5 anni di guerra finanziaria e che non chiede altro che uscire dal tunnel dell’austerità e ripudiare le condizioni inique e predatorie poste dai gruppi finanziari internazionali. Ciò che dovrà tenere a mente Tsipras all’inizio del suo cammino è una dicotomia ben precisa: o si tutelano gli interessi dei cittadini e si favorisce lo stato sociale, oppure si continuano a garantire gli interessi degli speculatori finanziari. Non appare esserci alcuna via mediana tra queste soluzioni e Tsipras, presto o tardi, dovrà fare i conti con questa prospettiva. Proviamo più simpatia per il leader greco quando parla di stato sociale e misure di sostegno all’occupazione, piuttosto che per la sua versione renziana che vuole cambiare un’Europa che non può e non vuole essere cambiata. Ci auguriamo che Tsipras non sia l’ennesima cartina di tornasole, e che la Grecia possa iniziare un percorso di rinascita. A lui vanno i nostri auguri. Kalí̱ týchi̱! 

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