La Guantanamo di Obama

L'utilizzo dei droni in teatri non bellici è una palese violazione del diritto internazionale e va fermata

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La Guantanamo di Obama

C'è qualcosa di peggio che rinchiudere qualcuno per anni senza processo mentre cerchi prove che sia un terrorista, o ucciderlo perché il suo nome è collegabile alle reti fondamentaliste? E' la domanda a cui cerca di rispondere Gideon Rachman in America's drone war is out of control. La condanna su larga scala mondiale di Guantánamo stride rispetto alla quasi indifferenza con cui l'opinione pubblica affronta il sistematico utilizzo dei droni da parte dell'attuale amministrazione statunitense nella guerra al terrorismo. La differenza è che rispetto a George W. Bush, l'immagine positiva e la vittoria del Nobel per la pace garantiscono ad Obama un diverso credito.
L'utilizzo dei droni sta comunque attirando una crescente critica. In un articolo pubblicato da The Washington Post, l'ex ambasciatore Nato per George W. Bush, Kurt Volker, è stato molto diretto: “Cosa vogliamo essere una nazione che uccide permanentemente liste di persone, perché agenzie federali li hanno catalogati come terroristi?”. Alcuni degli attacchi avvengono in teatri di guerra dichiarati - come Afghanistan ed Iraq – ma i droni vengono largamente utilizzati anche in Pakistan, Yemen e Somalia. Alcuni hanno come obiettivi noti terroristi - come il fondamentalista radicale con passaporto americano Anwar al-Awlaki, ucciso in Yemen; altri sono ultimati sulla base delle cosiddette “signature strikes”, in cui i bersagli sono liste di nomi sconosciuti per loro comportamenti o legami.
Secondo gli Stati Uniti d'America anche queste liste sono estremamente dettagliate e le ripercussioni collaterali sui civili sono minime. Ma, secondo uno studio recente delle Università di legge di Stanford e New York, tra i 474 e gli 881 civili, inclusi 200 bambini, sono stati uccisi dagli attacchi droni in  Pakistan. L'attacco al vertice di leader tribali in Pakistan che ha ucciso 42 persone è ora oggetto di processo in Pakistan e Regno Unito, con gli inglesi accusati di aver fornito intelligence agli Usa. La giustificazione legale dell'amministrazione Obama è che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, permette di attaccare assembramenti di forze nemiche.
 Sulla legittimità di attaccare le forze di al-Qaeda in Pakistan, diversi esperti di diritto internazionale sottolineano come in assenza di una dichiarazione di guerra contro il paese e per il fatto che le operazioni siano gestite dai servizi segreti e non dall'esercito, manca la  base legale. Base legale che è ancora più flebile in relazione agli attacchi in Somalia, centinaia di migliaia di miglia lontano dall'Afghanistan. Durante la campagna presidenziale, quest'argomento aveva iniziato a generare le scuse di alcuni membri dello staff di Obama, ma gli sforzi del dipartimento di inserire più regole e trasparenza nella politica sui droni sono stati resi vani da Pentagono e Cia. 
Ora che Obama è stata rieletto, continua Rachman nella sua analisi, sembra più probabile che la campagna verrà aumentata invece che ridotta. Ma i precedenti devono preoccupare gli Usa, con molti paesi – dalla Turchia alla Russia fino alla Cina – che affermano di voler intraprendere una loro guerra al terrorismo. E se tutti, si domanda il Columnist del Ft, seguissero l'esempio degli Usa con i droni? Del resto, la tecnologia necessaria non è così costosa ed inaccessibile.
Per rendere una guerra di massa tra droni meno probabile e prevenire gli abusi dell'amministrazione Obama, le operazioni devono essere ritenute lecite solo in reali condizioni di guerra. La Cia deve permettere la conversione di questi strumenti in forze paramilitari, ma le guerre dovrebbero essere combattute solo da militari ed apertamente commentate dai giornalisti sulla stampa. Tutto ciò che esula da questo concetto, conclude Rachman, è pericoloso per una società libera e per l'ordine internazionale.

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