La logica contorta dei "profeti dell'apocalisse del debito"

1. Perdita di fiducia degli investitori; 2. ? ? ? ? ? ?; 3. Grecia!

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La logica contorta dei "profeti dell'apocalisse del debito"

In uno dei suoi ultimi post sul suo blog per il New York Times, Paul Krugman cerca di sfatare per l'ennesima volta “l'ellenizzazione degli Stati Uniti”, ironizzando sulle notizie allarmistiche dei “profeti dell'apocalisse del debito - da Alan Greenspan a Erskine Bowles. Il premio Nobel per l'economia sintetizza il loro ragionamento in questo modo: 1. Perdita di fiducia degli investitori; 2. ? ? ? ? ? ?; 3. Grecia!
 
L'appello a questa corrente di pensiero è che spieghi finalmente il punto 2 in un modo che sia coerente con il fatto che l'America, la Gran Bretagna e il Giappone - a differenza della Grecia - hanno le loro valute nazionali, e delle banche centrali che controllano i tassi di interesse a breve termine. Non basta dire che aumenteranno i tassi d'interesse senza spiegarne il motivo e senza spiegare perché le banche centrali non potrebbero impedire questo processo con l'acquisto di titoli a lungo termine. Finora, nessuno ha risposto a questa domanda in modo chiaro. E prima di entrare nel dettaglio teorico paventano lo spettro di un crollo bancario o altre cose simili. 
 
Il problema per loro è che non esistono precedenti storici di questo tipo di crisi - una crisi del debito in un paese che ha una propria valuta e si indebita nella stessa valuta. La Francia negli anni '20 c'è andata vicino, ma non è successo niente di simile alla Grecia di oggi. Il Giappone in questo momento è, in effetti, un esempio di un paese che beneficia della riduzione della fiducia nel futuro valore reale del suo debito. Greenspan insisteva che i disavanzi di bilancio avrebbero portato a tassi crescenti e all'inflazione. Ma era chiaramente un non senso in un'economia depressa con tassi a breve termine sullo zero. Ma di nuovo, la logica era: 1 . deficit 2 . ? ? ? ? ? 3 . Zimbabwe!
 
La macroeconomia - almeno quella keynesiana - ha effettivamente funzionato molto bene in questi ultimi cinque anni. Il problema, conclude Krugman, è che ben pochi economisti sono stati disposti ad utilizzarne i modelli, e così poche persone influenti hanno capito come far fronte a una crisi economica che si ripete una volta ogni tre generazioni.

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