La lotta alla povertà è una questione di redistribuzione del reddito

I motivi del fallimento della guerra lanciata 50 anni fa da Lyndon Johnson

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In occasione del cinquantesimo anniversario della guerra alla povertà lanciata dal presidente americano Lyndon Johnson, Paul Krugman scrive come dagli anni '80 circa si è progressivamente materializzata quella che è una chiara sconfitta in questa specifica battaglia.
 
I numeri, del resto, non lasciano spazio ad altre possibili interpretazioni: le misure della povertà che il governo ha azionato negli anni sono diminuite in modo significativo. C' è molta più povertà negli Stati Uniti, sostiene il premio Nobel per l'economia, di quella che ci dovrebbe essere ed i conservatori continuano ad utilizzare una narrativa ormai “fossile”: una storia sulla povertà persistente che potrebbe aver avuto un senso parziale tre decenni fa, ma è completamente fuori luogo oggi.
 
Il racconto degli anni '70 della destra era che la guerra alla povertà aveva fallito per la disintegrazione sociale che produceva: il tentativo di aiutare i poveri  determinava il collasso della famiglia e la crescita del crimine. La povertà, secondo i Repubblicani, era un problema di valori e di coesione sociale, non di soldi.  Si tratta di aspetti, come ha dimostrato William Julius Wilson, meno determinanti di quello che l'elite voleva credere ed era il declino dell'impiego urbano l'aspetto più significativo della disintegrazione sociale. Ma comunque all'epoca avevano una certa presa con la realtà.
 
Oggi, prosegue Krugman, con il crimine ed il tasso di natalità che stanno diminuendo, la società non è collassata. A collassare invece sono state le opportunità economiche: se il progresso nella lotta contro la povertà è stata delusa nello scorso mezzo secolo, la ragione non è il declino della famiglia ma la crescita di una disuguaglianza sociale estrema. Gli Stati Uniti sono una nazione più ricca del 1964, ma non è una grande notizia se la stragrande maggioranza dei cittadini sono stati esclusi nella retribuzione di quel benessere.
 
In questo contesto, prosegue Krugman, il problema principale è che la destra americana ancora pensa di vivere negli anni '70 - “con una specie di fantasie Reaganite di quegli anni” -  e continua con un'agenda anti-povertà per diminuire e togliere i sussidi previsti nel Welfare statale. La realtà è che i lavoratori a basso reddito – se si ha la fortuna di averne una – vivono in una condizione di povertà oggettiva. E l'idea di aiutare i poveri ad uscire dallo stato d'indigenza rimane un anatema.
 
Sarà possibile spostare questo dibattito al di fuori dello smantellamento del welfare? Krugman conclude come la chiave da comprendere è che la causa principale della povertà persistente oggi è la grande disuguaglianza dei redditi del mercato. Un aspetto che la destra non vuole riconoscere.

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