La pace come slogan si chiama whitewashing
di Tawfiq Al-Ghussein* e Rania Hammad
A Roma, sotto lo sguardo compiaciuto dei promotori dell’iniziativa Barefoot Walk, promossa da Roma Capitale, si è messa in scena una delle rappresentazioni più mistificatorie e ingannevoli del nostro tempo politico: madri palestinesi e israeliane che camminano scalze insieme, unite dal dolore, invocando la pace.
Pace, un termine che qui funziona come strumento di whitewashing.
Camminare scalze richiama vulnerabilità, umanità, contatto con la terra. È un simbolo potente. Ed è proprio per questo che è stato scelto. Perché mentre il gesto commuove, la realtà scompare.
L’iniziativa è stata organizzata senza il coinvolgimento delle comunità palestinesi locali. Un evento imposto, presentato come legittimo, ma privo di qualsiasi radicamento nelle realtà che pretende di rappresentare.
L’immagine di donne palestinesi che camminano mano nella mano con donne israeliane viene proposta come gesto di riconciliazione, come se Israele non fosse una società profondamente militarizzata, come se non esistesse un consenso diffuso verso politiche che negano ai palestinesi diritti fondamentali, incluso il diritto all’autodeterminazione e al ritorno, e che rifiutano esplicitamente l’esistenza stessa di uno Stato palestinese.
La figura della madre è centrale in questa operazione. Depoliticizzata per definizione, incarnazione del dolore senza accusa, diventa lo strumento perfetto per proteggere il sistema. Non lo mette in discussione, lo umanizza.
Questa marcia non nasce per chiarire la realtà. Nasce per sostituirla. Fa whitewashing per Israele e per gli israeliani, mentre lo Stato è sotto accusa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia.
L’asimmetria viene cancellata, così come i fatti sul terreno. L’occupazione evapora, il potere si dissolve. Anche il genocidio scompare, o peggio, viene normalizzato. Il diritto viene sostituito dall’emozione. A chi giova tutto questo?
Dove erano le donne e le madri israeliane quando venivano bombardati gli ospedali, quando gli aiuti umanitari venivano bloccati per affamare i bambini, lasciandoli morire di fame e persino nelle incubatrici?
E quando veniva distrutto l’unico centro oncologico di Gaza, lasciando oltre diecimila pazienti senza cure e impedendo evacuazioni mediche, causando la morte quotidiana di persone per mancanza di assistenza?
E quando venivano attaccati i centri di fertilità, incluso il Centro Al Basma IVF di Gaza City, con la distruzione di migliaia di embrioni e materiale genetico, eliminando in un solo colpo migliaia di possibili vite?
Dove erano?
Una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso nel 2025 che l’attacco al centro Al Basma è stato “intenzionale”. La distruzione delle infrastrutture riproduttive costituisce un atto volto a impedire le nascite, una delle categorie esplicitamente definite dalla Convenzione sul Genocidio del 1948. Dove erano le donne e le madri israeliane mentre le donne palestinesi perdevano i propri figli, oltre ventimila, e il diritto stesso a generazioni future?
Non c’erano. E non c’erano come non c’era la maggioranza della società israeliana, che ha sostenuto e continua a sostenere il genocidio, la pulizia etnica, e l’estensione della violenza verso il Libano e l’Iran.
Questa marcia, e iniziative analoghe, mirano a cancellare la responsabilità delle donne e delle madri israeliane, parte integrante di un sistema di oppressione, occupazione e violenza strutturale. Il loro ruolo non può essere ridotto a una rappresentazione simbolica.
Siamo di fronte a una costruzione narrativa che funziona proprio perché elimina ciò che dovrebbe essere al centro di qualsiasi discorso serio.
Rimane una narrazione perfetta per l’Europa: due parti, stesso dolore, stessa umanità. Nessun responsabile.
Ma questa equivalenza è una falsificazione.
Non esiste simmetria tra chi esercita dominio militare e chi vive sotto occupazione. Non esiste equivalenza tra chi controlla il territorio e chi ne viene espulso.
Tutto questo avviene mentre la colonizzazione accelera, mentre la violenza dei coloni continua a espellere e frammentare le comunità palestinesi, mentre il territorio viene progressivamente annesso, e mentre è in corso un genocidio. In questo contesto, tali rappresentazioni non sono neutrali, ma costruite: contribuiscono a occultare i principi fondamentali che guidano le politiche dello Stato israeliano.
Nel pieno di quello che si configura come il genocidio del popolo palestinese, un popolo che dal 1948 subisce espropriazione, espulsione e distruzione sistematica, si parla di pace. Ma quale pace?
Si parla di replicare questa iniziativa, perfino di candidare le artecifici al Premio Nobel per la Pace. È la logica di un sistema che premia la rappresentazione della pace mentre ignora la realtà della violenza, e il genocidio stesso.
In questo schema, che rassicura i sostenitori di Israele, i palestinesi sono accettati solo a una condizione: essere vittime perfette. Silenziose, passive, prive di rabbia, disposte a camminare mano nella mano con chi le opprime e le strumentalizza.
Come ha osservato Mohammed El-Kurd, la “vittima perfetta” è quella che non resiste, che non rivendica i propri diritti, che non esprime collera, che non incrina il comfort morale di chi osserva. È una vittima che può essere compatita a condizione che non pretenda conseguenze politiche. Ma nel momento in cui parla, accusa o resiste, smette di essere riconosciuta come vittima e diventa un problema, una minaccia.
In questo modo, non è solo la violenza a essere normalizzata, ma anche i limiti entro cui essa può essere denunciata.
Queste iniziative non devono essere celebrate, ma condannate. Non sono solo fuorvianti, ma profondamente ingannevoli. Producono normalizzazione senza confronto reale e riconciliazione senza giustizia, offrendo un’immagine rassicurante che evita di nominare la realtà della distruzione, dell’eliminazione e della sostituzione.
Se esiste uno spazio per questo tipo di mobilitazione, esso deve prima emergere all’interno della stessa società israeliana, come rifiuto delle sue strutture di dominio, come opposizione alla supremazia e come messa in discussione delle condizioni politiche che rendono possibile questa violenza.
*Tawfiq Al-Ghussein è un analista e autore specializzato in diritto internazionale, economia politica e dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Laureato alla Georgetown University (BSFS in International Economics) e con un Master presso SOAS, University of London, il suo lavoro si concentra sull’erosione selettiva dell’ordine giuridico internazionale e sulle implicazioni strutturali dei conflitti contemporanei. I suoi articoli sono apparsi su diverse piattaforme internazionali in arabo, italiano e inglese.
Rania Hammad è una scrittrice e analista politica con formazione in Scienze Politiche presso l’American University of Rome e un Master in Relazioni Internazionali presso l’University of Kent. Autrice di opere come “Palestina nel cuore”, “Vita tua vita mea” e “Ritorno a Gaza”, il suo lavoro intreccia esperienza personale con analisi politica.

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