La paralisi di Israele
Una concezione fatalistica della storia sta bloccando il paese, incapace di rispondere ai cambiamenti nella regione
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In The full Israeli experience, Thomas Friedman definisce un “esperimento di scienza politica in diretta” l'attuale situazione in corso a Tel Aviv. Il semplice fatto che il paese confini con quattro failed states dominati da attori non statali e spinte fondamentaliste - Gaza, Libano, Siria ed il deserto del Sinai in Egitto – rende il momento politico di Israele storico ed il Columnist del New York Times cerca di trarre alcune considerazioni rispetto al processo di pace con i palestinesi.
La premessa di Friedman è fondamentale per comprendere il perché gli europei contano sempre meno in Israele: in un paese circondato da nazioni che non hanno pietà per i più deboli, si tende ad assumere una posizione similare. Da questa base di partenza, tuttavia, Israele ha sperimentato due scuole di pensiero contrapposte: la prima, “dei falchi”, guidata oggi dal premier Netanyahum, risponde alla minaccia dei confini, sottolineando l'immutabilità delle minacce provenienti dal mondo arabo. Del resto, sottolinea questa corrente di pensiero, Israele si è ritirato sia dal Libano del Sud che da Gaza ed ancora viene colpita dai missili. L'errore di fondo di questa concezione, sottolinea Friedman, è quella di confondere la religione con ragioni di sicurezza nazionale ed arriva fino a richiedere il controllo di West Bank e Gerusalemme per motivi biblici.
L'altra scuola di pensiero vede come padre ispiratore Yitzhak Rabin ed è descritta alla perfezione dallo scrittore Leon Wieseltier, che ha definito i suoi sostenitori “bastardi per la pace”. Rabin, ex primo ministro ed eroe di guerra, ha intrapreso la sua politica partendo dalle stesse premesse di Bibi: lo stato ebraico non è benvenuto dai vicini. Ma, al contrario di Nethanyau, Rabin riteneva che il suo paese anche se molto potente doveva usare la sua forza proprio per evitare di dover governare per sempre sugli oltre 7 milioni di palestinesi presenti nel territorio. E per questo l'obiettivo doveva essere quello di creare un partner politico palestinese in grado di assicurare la pace.
Oggi con le dimissioni di uno degli ultimi suoi sostenitori, il ministro della Difesa Ehud Barak, questa visione è nettamente minoritaria. In un'intervista con Barak, Friedman riporta le previsioni dello statista israeliano sul prossimo governo, in cui l'ala dei falchi sarà con molta probabilità preponderante. Rispetto alle minacce estere, in particolare l'ascesa dei movimenti politici islamici, Barak sottolinea come sia fondamentale accettare di conviverci e coglierne le opportunità, abbandonando le concezioni fatalistiche della storia. Se Israele continua a ritenere che sia solo condizione di tempo che l'autorità moderata di West Bank cada e Hamas prenda il controllo, ogni processo politico diviene inutile. “Divieni schiavo del pessimismo in un modo che ti paralizza dal come affrontare in modo corretto la situazione. Il mondo è pieno di rischi ma questo non significa che non hai la responsabilità di affrontarli, evitando profezie auto-avveranti che sono estremamente pericolose in questa regione”, conclude Barak.

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