La paura: il freno della democrazia nei paesi arabi

Solo se Fratellanza Musulmana riuscirà ad abbracciare i valori del pluralismo religioso e politico, la primavera araba potrà concludersi con democrazia e libertà

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La paura: il freno della democrazia nei paesi arabi

Da uno spunto riflessivo di Daniel Brumberg, co-direttore degli studi sulla democrazia alla Georgetown University - la primavera araba è avvenuta perché i popoli hanno iniziato a non aver più paura dei loro dittatori ma è ora in stallo perché hanno iniziato a temersi a vicenda – Thomas Friedman in The Fear Factor argomenta quanto sia difficile per le società arabe trasformare le divisioni etniche, religiose e storiche presenti nella condivisione di valori volti alla costruzione di un moderno stato basato sulla cittadinanza. Non è bastato aver soppresso i dittatori: finché in Libia, Yemen, Siria e Bahrein, le diverse etnie continueranno a farsi la guerra; laici e cristiani avranno paura degli islamisti in Egitto e Tunisia e la filosofia del “governa o muori” rimarrà l'alternativa vincente a quella di “un uomo un voto”, la primavera araba non riuscirà a trasformarsi in un reale processo di cambiamento democratico.
Anche se le voci ispiratrici delle rivoluzioni non hanno avuto un riscontro elettorale significativo, esse continuano, secondo il Columnist del NYT,  a costituire un'energia presente per costruire una cittadinanza reale ed un governo responsabile e partecipativo. E Fratellanza Musulmana dovrà iniziare a trovargli uno sfogo. Il nuovo presidente egiziano, Mohamed Morsi, ha deciso di formare un governo con i liberali, salafiti ed elementi cristiani della società egiziana: se gli egiziani riusciranno realmente a forgiare un contratto sociale funzionale per auto-governarsi, sarà un esempio per tutta la regione medio orientale. 
Ma riuscirà davvero Morsi a giocare il ruolo avuto da Nelson Mandela?, si domanda Friedman. Le prime indicazioni sono alquanto contraddittorie: “Mentre si appresta a divenire il primo presidente egiziano democraticamente eletto”, Brumberg ha scritto su  foreignpolicy.com, “dovrà decidere chi realmente è: un unificatore politico che vuole realmente un ‘Egitto per tutti gli Egiziani’ come ha affermato; o un partigiano islamista devoto al suo leit motiv della campagna elettorale del primo turno presidenziale, vale a dire che ‘il Corano è la nostra Costituzione”. Da questa scelta potrebbe dipendere il futuro dell'intera esperienza della primavera araba. “Se la sua volontà di formare un governo di unità nazionale rappresenta meramente una tattica di breve periodo per rimandare il confronto  con l'esercito — piuttosto che un impegno strategico di lungo periodo — la chance di un processo di transizione democratico e pacifico saranno veramente esigue”, conclude Brumberg. E' fondamentale per il 50 percento dell'Egitto — laici, liberali, cristiani e salafiti — sapere che i loro valori ed aspirazioni saranno presi in considerazione, insieme a quelli di Fratellanza Musulmana. Questo richiede una storica rivoluzione interna del partito islamista per abbracciare i valori del pluralismo religioso e politico. In alternativa, l'esperimento democratico in Egitto fallirà prima di iniziare e risulterà essere un terribile precedente per la regione.
Grazie alla mole di aiuti militari ed economici, gli Stati Uniti hanno la possibilità di condizionare per il meglio il futuro del Cairo, chiarendo di rispettare il voto popolare e affermando che il supporto sia ora vincolato al rispetto di certi principi. Principi non imposti, ma delineati da un importante studio, troppo spesso dimenticato: il 2002 U.N. Arab Human Development Report, in cui c'è scritto che lo sviluppo della regione è condizionata dalla capacità di coprire il deficit di libertà, conoscenza, pluralismo politico ed empowerment delle donne. Solo così, conclude Friedman, si potranno gettare le basi per la costituzione di stati moderni nella regione.

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