La pericolosa deriva isolazionista di Obama
Il ritiro della presenza americana nel mondo spaventa gli alleati
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Al contrario di molti presidenti americani che nel loro secondo mandato decisero di dedicarsi al palcoscenico globale - Richard Nixon e l'apertura alla Cina, Bill Clinton ed il processo di pace in Medio Oriente, George W. Bush con la guerra in Iraq – Obama, nel suo secondo discorso d'insediamento, ha dato poco spazio alla politica internazionale. Il presidente intende essere ricordato per alcune storiche riforme interne: controllo delle armi, riforma dell'immigrazione, pareggio del bilancio e ripresa economica.
Rachman in Obama looks inward, America’s allies worry sottolinea come il principale obiettivo estero di Obama sia riportare a casa i soldati in Afghanistan e Iraq ed offrire un'immagine degli Stati Uniti diversa, a partire dal “leading from behind” della Libia. La nomina alla Difesa di Chuck Hagel - oppositore della guerra umanitaria a Gheddafi, del “surge” in Afghanistan e contrario ad un intervento in Iran - consolida la posizione isolazionista di Obama. Il fatto che in molti in America vedano l'attuale crisi del Mali come prodotto indiretto del fallimento della guerra a Gheddafi, rafforza il consenso della posizione cauta di Hagel, secondo cui anche gli interventi con successo hanno spesso conseguenze pericolose e negative nel lungo periodo.
Una politica estera americana di questo tipo può risultare drammatica per il resto del mondo. La Siria è il caso emblematico: la riluttanza americana ad intervenire è palpabile e, senza il supporto degli Stati Uniti, l'Europa non può semplicemente permettersi un coinvolgimento. Il risultato: la situazione si sta deteriorando velocemente, a livello strategico e umanitario. Con oltre 60 mila morti e le forze jihadiste che stanno guadagnando terreno tra l'opposizione al presidente Bashar al-Assad, il piccolo Qatar sta esercitando più influenza sul terreno di Nato o Stati Uniti. Con un possibile effetto domino drammatico: se l'occidente non è in grado di aiutare a restaurare l'ordine in una situazione di anarchia, altre forze saranno in grado di imporsi – i jihadisti in Mali o i Talebani in Afghanistan per fare solo due esempi. In Mali, senza il sostegno americano e con un budget europeo insufficiente per la difesa comune, la Francia potrebbe non aver supporto adeguato in caso di difficoltà nelle operazioni militari e l'occidente si potrebbe così trovare senza risorse per affrontare le minacce dei fondamentalisti islamici nell'Africa occidentale e del Nord.
E' già chiaro che nel secondo mandato presidenziale, il Pentagono diminuirà il suo budget e l'America cercherà di tagliare piuttosto che espandere gli impegni esteri. La posizione di Obama è chiara – la leadership globale americana può essere ripresa solo dopo aver ricostruito l'economia americana – ed in linea con il pensiero della maggioranza dei cittadini, stufi di guerre all'estero e vogliosi di vedere migliorate le loro condizioni di vita.
Posizione condivisibile, ma che si scontra con l'inevitabilità delle crisi internazionali. Per il suo secondo mandato due appaiono le più complesse per gli Stati Uniti: da un lato, chiaramente le ambizioni nucleari dell'Iran; dall'altro, la crisi tra Cina e Giappone sulla sovranità delle isole Senkaku nel mar cinese meridionale. Gli Usa che hanno già mandato due missioni per cercare di calmare la situazione, chiarendo come un attacco di Pechino azionerebbe l'intervento americano a difesa della sovranità giapponese.
Obama si concentrerà sui problemi interni, ma i rischi per dover intervenire all'estero rimangono. Anche il suo modello di riferimento, Franklin Roosevelt, era stato eletto per salvare l'economia americana e, conclude Rachaman, ha finito coinvolto nella principale guerra della storia recente.

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