La risposta dell'imprenditore che spiazza i pregiudizi sinofobi di Lilli Gruber
di Francesco Fustaneo
La Cina, attualmente la seconda economia al mondo, è stato quel paese che negli ultimi 30 anni ha avuto la maggiore crescita del prodotto interno lordo viaggiando spesso a doppia cifra, con un leggero ribasso negli ultimi anni fino attestarsi nel 2019 al 6,1%, un tasso di crescita invidiabile se confrontato con gli standard a cui ci siamo abituati in Europa, ma che di sicuro ha rappresentato un fattore di preoccupazione non irrilevante per il governo cinese.
Nel 2020 a causa della pandemia mondiale e della prosecuzione nella guerra dei dazi commerciali condotta con gli Stati Uniti, i dati previsionali sulla crescita del Pil mostrerebbero invece una brusca quanto prevedibile contrazione. Il suo Prodotto Interno Lordo secondo una media delle stime espletate potrebbe crescere di una percentuale compresa tra l’1% e il 2%.
Per una disamina esaustiva di quelli che sono stati i fattori del suo boom economico non basterebbe un manuale: possiamo però individuare sinteticamente alcuni punti che più di altri hanno contribuito a far grande l'economia de Dragone.
Su tutti in primis l'apertura dell'economia al capitale privato sotto una forte guida dirigista e a partecipazione statale, attraverso un processo di riforme avviate con Deng Xiaoping a partire dalla fine del 1978 che ha finito per delineare così un modello lontano dalla pianificazione comunista ma al contempo antitetico alla dottrina liberista. Un modello appunto, peculiare e unico al mondo che i cinesi stessi chiamano “socialismo con caratteri di mercato”.
Contestualmente sono state realizzate importante riforme nel settore agricolo, sono stati effettuati investimenti ingenti dotando il Paese di solide e moderne infrastrutture; si è gradualmente rafforzata quella che prima era una carente sanità pubblica, si è puntato in modo risoluto nell'istruzione pubblica e in ricerca e sviluppo tecnologico.
L'istituzione di zone economiche speciali nelle provincia di Guangdong, Fujian, Xiamen e dell' Hainan ha progressivamente contribuito ad attrarre capitali e aziende dall'estero, alle quali venivano concesse agevolazioni fiscali e supporto tecnico, infrastrutturale e logistico, dietro l'obbligo di assumere e formare manodopera locale.
Infine la crescita delle relazioni internazionali in campo politico ed economico che hanno fatto della Cina odierna il paese con il numero maggiore di missioni diplomatiche.
E' paradossale dunque che nonostante tutte le evidenze in questione invece sia opinione comune associare lo sviluppo cinese esclusivamente allo sfruttamento della manodopera e al basso livello salariale. Eppure almeno la considerazione e l'analisi dei dati economici dovrebbero strettamente esulare dalle antipatie e dai pregiudizi di stampo politico.
A maggior ragione perché la Cina da tempo non è più quell'eldorado di manodopera a basso costo per lo aziende, come poteva esserlo decine di anni fa.
Già nel 2017 tra i non addetti ai lavori suscitarono stupore i dati rilevati dal centro studi Euromonitor International (sulla base dei dati di Eurostat, dell'Ufficio statistico cinese e dell'International Labour Organisation), evincibili anche attraverso un report pubblicato ne il Financial Times: il salario medio degli operai cinesi per gli anni oggetto di rilevazione ossia, dal 2005 al 2016 era aumentato in media del triplo, arrivando a 3,60 dollari l'ora, superando così le paghe orarie corrisposte nei principali paesi dell'America Latina. La retribuzione media delle tute blu cinesi superava così quella delle omologhe categorie in Brasile e Messico. Continuando con le comparazioni invece raggiungevano il 70% dei livelli registrati nei paesi più deboli della zona euro, sfiorando quasi le retribuzioni di paesi come la Grecia e il Portogallo.
L'aumento dei salari è legato anche alla progressiva crescita della produttività: nel manifatturiero sono cresciuti di più che in altri settori, come l'agricoltura e l'edilizia.
In un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista economica statunitense Forbes nell'agosto del 2017 si confermava il trend crescente in questione, snocciolando ulteriori dati interessanti:
“i salari mensili medi della Cina a Shanghai ($ 1.135), Pechino ($ 983) e Shenzen ($ 938) sono maggiori di quelli registrati in Croazia, quest'ultimi pari a $ 887 al mese. I salari medi di Shanghai, in particolare, sono anche maggiori di due dei più recenti membri dell' area euro nei Paesi Baltici: ossia la Lituania ($ 956), la Lettonia ($ 1.005) e l'Estonia ($1256), secondo i dati ufficiali per il 2016.”
Eppure dicevamo, il pregiudizio è duro a morire, anche e soprattuto nel giornalismo di casa nostra.
Quanti di voi nel corso di dibattiti politici nel mainstream avranno sentito associare dal conduttore televisivo di turno la crescita economica cinese ai bassi salari, quasi fosse un binomio indissolubile e un paradigma assoluto?
Non è rimasta immune al preconcetto a quanto pare nemmeno la conduttrice di La 7, Lilli Gruber che in una puntata di Otto e Mezzo andata in onda il marzo scorso afferma che “le tante aziende, anche italiane che hanno delocalizzato in Cina negli anni lo abbiano fatto perché lì il costo del lavoro è bassissimo”.
L'interlocutore a cui si rivolge la conduttrice è l'imprenditore Alberto Forchielli che la Cina la conosce bene assai bene.
Forchielli dalla carriera poliedrica è stato tra l'altro Presidente dell’Osservatorio Asia, A.d. di Mandarin Capital Management S.A.,membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispon dente per il Sole24Ore.
“Ormai la Cina ha dei costi che per certe figure professionali sono superiori all'Italia” risponde Forchielli, quasi gelando l'incredula Gruber in studio.
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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