La rivoluzione bolivariana in Venezuela, una lezione di democrazia ai regimi occidentali

Il cofondatore di Podemos, Juan Carlos Monedero, chiede: «Se il Venezuela è una dittatura, com’è possibile che abbia vinto l’opposizione?»

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La rivoluzione bolivariana in Venezuela, una lezione di democrazia ai regimi occidentali


Viviamo in un tempo molto particolare, un tempo strano in cui il feticcio del voto nei regimi occidentali permette ai cittadini la "scelta" solo tra due partiti uguali, sempre con gli stessi programmi, che fatalmente sono liberticidi e contro i diritti delle persone, ma a favore del profitto di chi controlla le merci.

Che cambierà negli Stati Uniti se il prossimo presidente sarà repubblicano o democratico? E avete visto con che facilità si sono formati i governi di coalizione in Germania e Austria? E, ancora, vi siete accorti dello stupro della democrazia in Grecia, Portogallo da parte del regime di Bruxelles? Vi siete dimenticati che in Italia stiamo perdendo diritti storici e sociali decennali per le decisioni di tre premier mai eletti da nessuno? Un unico programma, due partiti uguali e la "scelta" lasciata a chi si illude di vivere in democrazia: la sintesi del regime occidentale.

Questi stessi regimi, grazie alle corporazioni mediatiche che controllano, poi hanno la presunzione di auto-definire e scegliere come "democratici" quei regimi o partiti dell'opposizione che riescono a manipolare e che sono sempre pronti a chinare il capo quando si tratta di eliminare una legge che impedisce l'arrivo di nostre merci, o quando bisogna eliminare un diritto ad un lavoratore per "questioni di produttività" o perché "sono le regole del mercato".

Il caso del Venezuela e delle elezioni parlamentari del 6 dicembre scorso ha smascherato tutto questo velo di ipocrisia per l'ennesima volta e se solo avessimo una stampa libera in questo mondo che si crede ancora libero si sarebbe riconosciuto, come sottolinea Paolo Becchi su il Fatto, questo concetto: "gli ‘autorevoli’ corrispondenti di grandi testate italiane, così come da taluni sedicenti esperti, i quali assicuravano che in caso di sconfitta il fronte chavista sarebbe stato pronto a tutto, finanche ad operare un colpo di mano, pur di non accettare di perdere il controllo del parlamento venezuelano".

Il presidente Maduro ha subito dichiarato quando il Consiglio Elettorale Nazionale ha emesso il verdetto della sconfitta (questa volta riconosciuto anche dall'opposizione) che «La nostra vittoria è la pace, la nostra vittoria è la sovranità […] oggi, la democrazia e la costituzione hanno trionfato». Quando vincono quelli che poi chineranno il capo alle nostre merci vince la democrazia, chi persegue gli interessi sovrani delle popolazioni sono dittature: il pensiero del regime nord-americano e dei vari regimetti satelliti dell'Ue è ormai noto. Pensiero propagandato quotidianamente grazie all'azione di di commentatori che, mentre dimenticano o nascondono che stiamo subendo le decisioni autoritarie e liberticide di un regime mai eletto da nessuno in Italia, si possono permettere di scrivere come Maurizio Cavallini su il Fatto che: "Elezioni Venezuela: dopo diciassette anni torna in pista la democrazia". A costoro ricordiamo solo che in questo terribile stato totalitario, per gli stessi che fino a qualche ora prima del voto lanciavano disperati messaggi d’aiuto, è stato possibile scendere in piazza a festeggiare. In certi casi con tanto di bandiera statunitense a stelle e strisce. 

 
Correttamente, il cofondatore di Podemos, Juan Carlos Monedero, in un articolo si chiede: «Se il Venezuela è una dittatura, com’è possibile che abbia vinto l’opposizione?». E poi grazie grazie a coloro che in Europa vogliono imporre il TTIP e in America Latina ripresentare il famigerato progetto Alca accade, per miracolo, accade quello che scrive Paolo Becchi su il Fatto:
 
Si è trattato di una giornata incredibile, a tratti ‘miracolosa’ per il Venezuela, visto che in seguito alla vittoria dell’eterogenea alleanza all’opposizione del chavismo, si è potuto constatare un repentino rialzo del rendimento delle obbligazioni venezuelane, un inaspettato afflusso di cibo sugli scaffali in alcune zone del centro di Caracas e, per coronare il tutto, una decisa discesa del tasso di cambio con il dollaro calcolato dal sito di monitoraggio DolarToday. Un portale utilizzato dai rivenditori di dollari al mercato nero e spesso indicato dal governo come strumento della guerra economica con cui l’opposizione cerca di mettere in ginocchio la patria di Bolivar.
Altro ‘miracolo': alla ventesima tornata elettorale in diciasette anni di Rivoluzione Bolivariana, in occasione della prima sconfitta della coalizione socialista, per la prima volta l’opposizione non ha contestato i risultati delle elezioni. Quella stessa opposizione che aveva annunciato proteste in piazza in caso di vittoria del PSUV e dei suoi alleati riuniti nel Gran Polo Patriottico. Parliamo della stessa opposizione che nel 2014 aveva scatenato le cosiddette ‘guarimbas’, costate la vita a 43 persone innocenti. Senza dimenticare che dopo la sconfitta di misura alle presidenziali contro Maduro, Capriles rifiutò di accettare la sconfitta: 9 morti il tragico bilancio.
Questa è la singolare concezione del livello di democraticità del proprio paese che mostra l’opposizione: quando la sfida elettorale viene perduta si denunciano brogli e si accusano le forze di governo di aver instaurato un regime tirannico, mentre in caso di vittoria il sistema diviene democratico.
In precedenza si è accennato alla guerra economica. Questo è un punto chiave per capire la sconfitta del chavismo in queste elezioni, come spiegato dal presidente Nicolas Maduro: «Ha vinto la guerra economica, il capitalismo selvaggio e parassitario, e ora si impone un piano controrivoluzionario per smantellare lo stato democratico di giustizia e diritto. Ma noi, con la costituzione in mano, difenderemo il nostro popolo. Non è tempo di piangere, ma di lottare. Consideriamo questa sconfitta come una sberla salutare per svegliarci. Un’occasione per riflettere sugli errori e per uscire dalle catacombe, come i cristiani dopo la morte di Gesù: e per costruire, uniti, nuove vittorie. Abbiamo perso una battaglia. Per adesso».
Insomma, il tremendo “dittatore” venezuelano erede del ‘caudillo’ Chavez non solo accetta la sconfitta e invita al dialogo l’opposizione. Si appella alla Costituzione. Quella stessa Carta che le destre venezuelane vorrebbero stravolgere e dove è prevista la possibilità di convocare un referendum revocatorio della carica di Presidente della Repubblica a metà mandato.
Un istituto praticamente sconosciuto alle nostre latitudini, dove finanche il Parlamento è stato svuotato di ogni potere reale, il Governo prende direttive e ordini direttamente dai tecnocrati, cani da guardia del neoliberismo reale, che siedono in quel di Bruxelles e il Presidente del Consiglio si è insediato in seguito a manovre di palazzo.
A questo punto la domanda è: chi vive sotto una dittatura, il cittadino italiano o quello venezuelano?

Quella Costituzione del Venezuela oggi a rischio per una nuova maggioranza parlamentare, al cui interno sono presenti forti elementi paramilitari e fascisti. Una Costituzione fiore all'occhiello per diritti sociali e emancipazione della persona umana. Scrive correttamente Fabio Marcelli su il Fatto: "Preservare la democrazia e realizzare il quadro sociale ed istituzionale complesso e articolato creato con la Costituzione bolivariana del 1998, una Costituzione al tempo stesso democratica e rivoluzionaria, deve restare un imperativo per tutte le forze che vogliono davvero il bene del Venezuela e del suo popolo". 

Il Venezuela della rivoluzione bolivariana ha dato una lezione di democrazia all'opposizione golpista nel 2002 e nel 2013, all'opposizione, fomentata e finanziata dai regimi occidentali, che ha paralizzato il paese con il terrorismo delle famigerate Guarimbas responsabili della morte di 43 persone e il ferimento di quasi 900. Il Venezuela della rivoluzione bolivariana ha dato per l'ennesima volta una lezione di democrazia, dignità, libertà e sovranità ai regimi occidentali, tanto impegnati a voler esportare diritti e libertà all'esterno, da non accorgersi o far finta di non accorgersi che, all'interno, tre premier mai eletti da nessuno ci hanno sottratto violentemente, per diktat esterni, tutto ciò che rende democratico e libero un paese.

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