La trappola siriana per Obama

Dopo Bin Laden, Assad potrebbe divenire il miglior alleato della Cina

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La trappola siriana per Obama

Barack Obama potrebbe essere a breve trascinato in un conflitto in Siria. Le notizie sul fatto che il regime di Assad abbia oltrepassato la “linea rossa” imposta dagli Stati Uniti, cioè l'uso di armi chimiche, aumentano la pressione sul presidente ad agire, con un numero crescente di suoi collaboratori che chiede una prova di forza.
Con questa premessa, Gideon Rachman in Syria undermines Obama’s strategy sostiene come le ragioni degli interventisti assumono sempre maggiore rilevanza sulla base di una perdita di credibilità internazionale degli Stati Uniti, il bollettino di morti che aumenterà e la possibilità che i fondamentalisti islamici prendano il potere a Damasco. Ad esempio, Dennis Ross, fino a novembre principale consigliere per il Medio Oriente di Obama, ha scritto in un articolo per Foreign Policy che aiutare militarmente i ribelli siriani è divenuto “un imperativo morale per proteggere la popolazione”. Ed anche il neo segretario di stato John Kerry ha iniziato a chiedere un'azione più incisiva.
Obama, prosegue nella sua analisi Rachman, rimane cauto perché non si è ancora convinto che la situazione possa migliorare con un intervento americano: la sua paura è che anzi l'America possa semplicemente finire per divenire il capro espiatorio dello stallo nel paese e dei massacri perpetratili nel dopo Assad se le sue armi dovessero finire nelle mani sbagliate. Preoccupazione secondo Rachman pertinenti e condivisibili, ma che rischiano di far passare il presidente come una figura debole sullo scacchiere internazionale. Un intervento in Siria, del resto, sarebbe una rivoluzione sui tre pilastri su cui si è costruita la politica estera nel suo primo mandato: evitare nuove guerre in Medio Oriente; “pivot to Asia” – concentrare gli sforzi maggiori verso la regione più dinamica del mondo; infine ricostruire la forza globale degli Stati Uniti attraverso riforme economiche e sociali interne.
La nuova strategia è stata applicata in Libia – dove gli Stati Uniti hanno permesso a Francia e Regno Unito di prendere l'iniziativa –  con il motto “leading from behind”. Ma data la situazione molto particolare della Siria, gli alleati europei sono incapaci di prendere l'iniziativa ed aumenta la pressione sugli Stati Uniti, già alle prese con i problemi relativi all'Iran, prossimo secondo molti a superare un'altra linea rossa imposta per un altro intervento militare americano, quella delle armi nucleari.
Nonostante le pressioni crescenti in Siria ed Iran, le maggiori preoccupazioni per gli Usa restano concentrate in Asia: la scorsa settimana, il generale comandante di stato maggiore Martin Dempsey era a Pechino a discutere di una serie di crisi regionali – dalla Corea del Nord al conflitto di sovranità con il Giappone per le isole Senkaku – ed a rimarcare come la logica del “pivot” resta dominante nel secondo mandato Obama. 
In questo contesto, una serie di “falchi liberal” stanno spingendo per un intervento in Siria, utilizzando proprio il “pivot to Asia” a sua giustificazione: l'argomentazione è che se gli Stati Uniti non agiranno in Siria, i suoi alleati asiatici concluderanno che l'America ha perso la volontà di essere una grande potenza globale. La Cina, che oppone di principio un intervento esterno in Siria, sarebbe l'attore più contento di un intervento americano in Siria, in quanto distoglierebbe diverse risorse americane dall'Asia al Medio Oriente. Dopo Bin Laden, conclude Rachman, Assad potrebbe essere il principale alleato della crescita di Pechino nel continente.

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