La visione distorta della crisi in Europa

Quanto sappiamo veramente del collasso attuale?

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La visione distorta della crisi in Europa

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di Chris Richmond-Nzi

Lo scorso anno, il Presidente della Corte dei Conti disse che «questa spirale negativa (…) appare proprio la conseguenza di una visione distorta ed incompleta delle ragioni della crisi che l’Europa sta attraversando». I mass media lo snobbarono, troppi pochi diedero il reale valore alla gravità di quelle parole. Se fosse vero che i burattini del sistema economico-finanziario possano avere “una visione distorta ed incompleta delle ragioni della crisi”, noi, che di questo spettacolo siamo soltanto spettatori, che cosa potremmo aver mai capito? 
 
Siamo da poco venuti a conoscenza dell’esistenza del Fondo Monetario Internazionale, benché sia operativo da quasi 70 anni, ed abbiamo addirittura imparato che lo spread varia a dipendenza della stabilità del governo. Ma si sa, l’informazione è un’arma a modalità soggettiva. Due anni fa tutti i politici giuravano che le loro scelte politiche non erano in alcun modo condizionate dalle istituzioni europee, mentre oggi, abbiamo prove documentate che il bilancio pluriennale di uno Stato può essere redatto dalle istituzioni comunitarie ed internazionali; abbiamo appreso dell’esistenza di un Patto di stabilità, accontentandoci di sapere soltanto che ne siamo vincolati e che comporta degli obblighi predefiniti. Sentiamo vociferare di clausole e criteri, di 3 e 60%, di una riduzione del debito pubblico e di un probabile meccanismo di stabilità.
 
Gli architetti dell’Unione erano convinti che per mantenere l’acquis comunitario e completare il processo d’integrazione europeo, sarebbe stato necessario controllare sia le forze armate che le politiche fiscali nazionali, pertanto, nel 1997 i burattini sottoscrissero e ratificarono il Patto di stabilità e crescita, poche norme che avrebbero dovuto coordinare la disciplina fiscale dell’imminente Unione Economica Monetaria e limitare un’eventuale crisi del debito sovrano. Nonostante il Patto raccomandava bilanci nazionali con un rapporto deficit/PIL inferiore al 3% ed imponeva un rapporto debito pubblico/PIL inferiore al 60%, a causa di pregressi decenni di leggerezze programmatiche e fuorvianti politiche, i criteri sono stati spesso e volentieri ampiamente disattesi. 
 
Nove anni dopo l’introduzione dell’euro ed undici anni dopo l’adozione del Patto di stabilità, la “crisi del debito sovrano” non è stata minimamente evitata, anzi. Mentre alcune devono ancora manifestarsi, nel 2008 gran parte delle lacune strutturali degli Stati sono emerse chiaramente, evidenziando l’obiettiva incapacità gestionale dei vari burattini e mentre i loro ripetuti tentativi di tamponare l’aggravata situazione si sono rivelati fallimentari, l’idea promossa degli architetti dell’Ue di ridefinire e «rafforzare l’architettura dell’unione economica e monetaria» è stata ampiamente conseguita.
 
Ad inizio novembre 2011, mentre l’allora Premier Berlusconi asseriva … «mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi (…), i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni», … lo spread italiano oltrepassava quota 570 punti (era 24 punti il 13 novembre 2006). Spread così alto?, secondo gli insegnamenti dei nostri professori di sostegno è sinonimo di un’obiettiva instabilità, pertanto, per ri-“dare a Cesare ciò che è di Cesare”, l’Italia, con altri 25 compagni d’avventura ha espresso il desiderio di «favorire le condizioni per sviluppare un coordinamento sempre più stretto delle politiche economiche» e finanziarie. 

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