La vitalità delle piazze contro le politiche di morte
di Giuseppe Giannini
Il fine settimana scorso i portuali di tutto il mondo sono scesi in sciopero contro l'invio di armi: è stata la giornata internazionale di lotta al traffico di morte.
Ancora una volta, per non rendersi complici delle guerre interessate (l'Ucraina e le altre dimenticate) e del supporto logistico-militare al genocidio.
Queste iniziative sono state supportate da rivendicazioni comuni, che riguardano lavoratori, cittadini, studenti. Altre manifestazioni sono in programma nelle prossime settimane in tutto il Vecchio Continente.
E' l' Europa dei popoli distante da quella austeritaria, e che reclama welfare e Stato di diritto.
Il recente golpe liberista in Polonia ad opera dei centristi "europeisti" conferma come "la mano invisibile del mercato" è la stessa che fa concorrenza ai regimi autocratici, perchè stringe la borsa della spesa pubblica e impone riforme a pena di sanzioni.
La drammatica vicenda della crisi greca del 2015 è stata l'esempio eclatante di quanto le misure draconiane gravino sulla pelle della popolazione.
Concetto ribadito pochi giorni fa dall'ex commissario europeo e consulente del mondo finanziario-economico Gentiloni: chi prova solo minimamente a discostarsi dalle ricette liberiste ne pagherà le conseguenze, come è successo ad Orban, ha affermato.
Ora, qui non è certo il caso di prendere posizione a favore dei nazionalisti della Polonia, ma di evidenziare il pugno duro di Bruxelles, che della volontà popolare se ne sbatte e preferisce la dittatura economica a quella politica.
Questi signori vanno diritti per la loro strada, facendo finta di non capire che la natura delle proteste nelle nostre città risiede innanzitutto in questa distanza, in un deficit di democrazia, che si allarga sempre di più. E gli scenari sono sempre peggiori.
Il 31 ottobre Parigi e Berlino hanno ribadito il concetto e, nel caso tedesco, tra i motivi del manifestare c'è anche la questione legata alla leva obbligatoria (la guerra interessata della UE/NATO).
Tra i Paesi insospettabili anche la Svizzera ha assistito a dure proteste e scontri nelle città di Zurigo e Basilea.
In Italia, invece, il 30 ottobre circa settanta piazze hanno visto imponenti cortei, con il coinvolgimento di oltre un milione di persone.
Le iniziative contro le politiche di guerra dei governi e della UE affiancate da rivendicazioni comuni contro il caro vita, conseguente a quelle politiche e all'impianto liberista, che in questi decenni ha inasprito le diseguaglianze.
Al centro la dignità delle persone, per dire no a qualsiasi forma di sfruttamento: la dipendenza dal lavoro povero e la mancanza di possibilità per potere accedere ad un salario dignitoso e stabile per intere fasce della popolazione; il ridimensionamento dei servizi pubblici indispensabili; la deportazione dei migranti, vittime da sacrificare a causa di un coacervo di interessi, che trovano la loro origine nell'imperialismo occidentale; il tecnofascismo e la dittatura degli algoritmi, strumenti distopici che, messi in mano a governi autoritari e ad aziende predatorie, creano rinnovate forme di totalitarismo e schiavitù.
Una marea di persone, dunque, che rivendicano il ritorno del welfare, politiche economiche redistributive e il reddito.
I protagonisti principali sono stati i giovani. Questi ragazzi così bistrattati e che, soprattutto, negli ultimi giorni, hanno subito angherie ad opera delle forze dell'ordine.
Abusi legittimati dallo sciacallaggio mediatico del governo Meloni, abile a dipingere come eversivo chiunque lo contesti.
Fino al punto di attaccare, nuovamente, l'indipendenza dell'operato dei magistrati.
Un esecutivo, che diffonde il clima di odio, mettendo a repentaglio l'equilibrio istituzionale e, in definitiva, la convivenza democratica.
E che propaga menzogne quotidiane per sostenere tesi strampalate, fino al punto di occupare i media per lanciare messaggi dove la leader "sgarbatella" se la prende con chi si limita ad esercitare la funzione giurisdizionale.
Supportata, in questo, dal grosso della stampa mainstream, che attraverso titoloni demenziali ha costruito il mostro mediatico.
Le manifestazioni hanno messo al centro i diritti sociali e civili.
La questione climatica, le rivendicazioni dei più giovani sulla scuola e la possibilità di immaginarsi un futuro.
Da noi, la parte migliore del Paese reclama spazi e visibilità.
Sono le piazze che abbiamo visto rivitalizzarsi in questi mesi e in questi anni.
Dei senza voce, privati da forme decenti di rappresentanza (e che forse non votano), e anche della partecipazione.
E che per tale motivo hanno deciso di riappropriarsi di ciò che gli è stato sottrato, di quegli spazi vitali da riconquistare, al fine di poter esprimere solidarietà al popolo palestinese, ma anche per reclamare la giustizia sociale.
Magari sono gli stessi che hanno impedito che passasse la pessima riforma sulla magistratura.
Essi, però, parlano anche a quel centrosinistra elitario, sempre più distante dalla materialità delle esistenze e sempre più contrassegnato da un nulla cosmico, dove il dibattito riguarda le primarie all'interno di una unione (campo largo - pessimo nome) piena di contraddizioni.
Così, mentre la gente reclama risposte questi fanno di tutto per allontanarli dalla prossima partecipazione elettorale.
Se l'alternativa alle destre reazionarie e razziste è data dallo status quo, dal larghissimo campo liberista, che determina guerre, devastazioni ambientali, impoverimento, epidemie e cambiamenti climatici, barattando il consenso giocando con i diritti delle persone, allora non ci sono speranze.


