Chi sono i veri nemici dell'Europa
di Giuseppe Giannini
"I nemici dell'Europa sono Putin e i nazionalisti" afferma la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Eppure, se guardiamo alla Unione Europea ci rendiamo conto che è diventata qualcosa di diverso rispetto a quanto sognato dai fondatori della Comunità Economica Europea. Quel progetto, condizionato dalle influenze americane (la ricostruzione post bellica e gli aiuti del Piano Marshall, l'economia di mercato come riferimento ed antidoto alla pianificazione), aveva come scopo la creazione di una comune area pacificata, non più vittima degli egoismi nazionali, che nel Novecento c'hanno portato i fascismi e condotto alle guerre mondiali.
La Comunità, prima di trasformarsi in Unione, puntava sul mercato comune per la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone, cercando di far coesistere il diritto interno con quello sovranazionale. Il tutto, all'interno di una realtà occidentale separata dall'Est, che ha retto prima che eventi storici – la caduta del Muro di Berlino e dei regimi orientali – ed economici – la globalizzazione – determinassero cambiamenti decisivi negli equilibri geopolitici.
Nel bene e nel male, la fine di un'alternativa centralizzata nella gestione statale ha agevolato il percorso della nascente UE, ridisegnata attraverso l'ampliamento di funzioni sostitutive di quelle degli esecutivi nazionali. Il primato del diritto comunitario con tappe da cui sono fuoriusciti Trattati, la moneta unica, ed anche un impianto tecnocratico nel segno dell'austerità. Fattori molteplici: l'ingresso di Paesi con economie e fiscalità diseguali; i parametri ragioneristici di rientro dal debito imposto a tutti senza considerare le diversità. Liniti strutturali - l'assenza di una Costituzione europea; il Parlamento depotenziato e la super Commissione; la BCE come organo non eletto e il principio dell'unanimità; e culturali - tradizioni differenti e la non comunanza della lingua - ne hanno minato la credibilità e, dopo l'entusiasmo iniziale dei popoli, oggi essa viene percepita come un nuovo Moloch.
La disaffezione crescente è avvenuta a causa dell'impoverimento dei popoli e delle diseguaglianze. Il rigore finanziario ha inciso, profondamente, sulle politiche del welfare. Permangono aspetti positivi, legati alle possibilità di formazione, però sempre più appannaggio esclusivo dei ceti benestanti. Le diverse raccomandazioni (non vincolanti), poi, cercano di salvare le caratteristiche dello Stato sociale (pensiamo agli inviti ad introdurre un salario minimo legale o a stabilizzare forme di sostegno al reddito) e i diritti civili, tenendo presente le nuove e mutate esigenze e vietando ogni forma di discriminazione. E che, risultano in aperta contraddizione con le misure intraprese ed i suggerimenti dati agli Stati, che palesano la distanza delle autorità europee ed il deficit di democrazia. Senza percorrere tutte le tappe, tuttavia, è evidente che, quando i Paesi in difficoltà (PIIGS) non vengono aiutati ma puniti (la drammatica esperienza della crisi greca) il risentimento prende forma. Altro che Stati Uniti d'Europa.
I movimenti nazionalisti diventano forti perchè dall'altra parte le popolazioni, soprattutto i meno abbienti sono stati abbandonati, travolti, inoltre, da fenomeni epocali predeterminati dalle stesse politiche capitalistiche globali (le migrazioni, i mutamenti climatici), Quando l'impianto è liberista, e chi governa è espressione, da oltre trent'anni, di quell'ideologia, usufruendo pure dell'appoggio dei partiti con una tradizione di sinistra, allora essa appare come nemica dei popoli. I governi, sottoscrivendo i patti europei, ne hanno dovuto accettare le eventuali conseguenze. Impossibilitati a mantenere gli impegni presi, per far fronte ai debiti quasi tutti hanno dovuto operare tagli alla spesa pubblica, che si sono tradotti in condizioni lavorative sempre più precarie e nell'affidamento al (profitto)privato di settori essenziali (la sanità, la formazione, le infrastrutture), che ora non sono accessibili per tutte le tasche.
Così, tornando al quotidiano, quando i cittadini europei vedono che su di loro gravano sacrifici imposti dai governi nazionali e dalla volontà dell'Unione, mentre gli stessi vincoli di bilancio vengono sospesi con riguardo agli armamenti, allora, cercano di trovare delle risposte altrove. Guardandosi intorno. Solo che queste hanno resuscitato (ri)sentimenti identitari pericolosi. I veri nemici dell'Europa sono coloro che ne hanno tradito lo scopo solidaristico, guardando ai grossi capitali, alle multinazionali, ai lobbisiti. L'euroatlantismo, la colpevolezza assenza dinnanzi ai crimini di Israele, la sordità e la distanza dalla volontà popolare che reclama la fine della guerra in Ucraina e delle violenze sioniste. Da quattro anni ci dicono che Putin minaccia l'Europa, quando è del tutto evidente che, fino ad ora, le sue sono risposte proporzionate alle nostre provocazioni. Chi è al vertice rappresenta il pericolo numero uno per il futuro dell'Europa.
La signora von der Leyen è il nemico. Riconfermata alla guida della Commissione nonostante le ombre durante la gestione della pandemia (i possibili conflitti di interesse del marito, i messaggi secretati con le aziende farmaceutiche), e con un passato da ministra della difesa tedesca, quando fu criticata per l'acquisto di elicotteri da guerra.
Eccola, in prima linea per il riarmo. Saranno le pressioni delle industrie belliche, ma l'ostinazione nel voler continuare il conflitto con la Russia, mentre il popolo e l'economia ucraina sono allo stremo, e quando la volontà inascoltata delle popolazioni europee è quella di trovare una soluzione, malgrado la propaganda, conferma che il rischio di trascinarci verso l'abisso è alle porte.


