La vittoria degli avvoltoi
Il motivo in più per essere scontenti di una globalizzazione gestita per servire gli interessi dei paesi ricchi
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In The Vultures’ Victory, Joseph Stiglitz sottolinea come i mercati del debito sovrano a livello globale possono essere rivoluzionati da una recente sentenza di un tribunale d'appello americano.
Dopo il default e svalutazione della moneta nel 2001, l'Argentina aveva iniziato una rapida spirale discendente, del tipo ormai ben noto in Grecia e in altre parti d'Europa, con la disoccupazione alle stelle e l'austerità, anziché ripristinare la stabilità fiscale, aveva finito per esacerbare la crisi economica. La svalutazione e la ristrutturazione del debito, però, sortirono gli effetti sperati. Negli anni successivi, e fino allo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008, prosegue il premio Nobel nella sua analisi, la crescita annua del Pil argentino ha raggiunto l'8% o superiore, uno dei tassi più rapidi del mondo. Ed anche gli ex creditori beneficiarono di questa ripresa.
Le ristrutturazioni del debito comportano inevitabilmente diversi conflitti tra le varie parti interessate. È per questo che, per le controversie interne sul debito, i paesi dispongono di leggi e tribunali fallimentari. Per quelle internazionali, però, non esiste alcun meccanismo del genere ed un tempo, questi contratti venivano applicati con le armi – Messico, Venezuela, Egitto e una serie di altri paesi lo hanno imparato a caro prezzo nel XIX e all'inizio del XX secolo – ma in seguito alla crisi argentina, l'amministrazione George W. Bush bandì qualunque proposta per la creazione di un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano.
Gli economisti applaudirono il tentativo dell'Argentina di evitare questa fine attraverso una profonda ristrutturazione del debito accompagnata da cedole legate al Pil. Tuttavia, alcuni fondi "avvoltoio" – tra cui Elliott Management, guidato dal miliardario Paul E. Singer – videro nei travagli del paese un'opportunità per realizzare enormi profitti a spese del popolo argentino. E per questo acquisirono le vecchie obbligazioni a una frazione del loro valore nominale e ricorsero alla clausola contrattuale standard (chiamata del pari passu) per cercare di costringere l'Argentina a pagare cento centesimi per dollaro. In questo contesto ed in modo incredibile, la Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Secondo Circuito di New York ha decretato che ciò significava che se l'Argentina avesse ripagato in toto gli importi dovuti a coloro che avevano accettato la ristrutturazione del debito, avrebbe dovuto corrispondere per intero quanto doveva agli avvoltoi.
Nelle crisi del debito, la colpa tende a ricadere sui debitori, perché hanno preso in prestito troppo. Tuttavia, sottolinea Stiglitz, i creditori sono ugualmente da biasimare, perché hanno prestato troppo e in modo imprudente. Di fatto, i creditori dovrebbero essere esperti nella gestione e valutazione dei rischi e, pertanto, l'onere dovrebbe gravare su di loro. Il rischio di default o di ristrutturazione del debito induce i creditori a essere più attenti nelle decisioni associate al prestito e quando una quota sufficiente di creditori acconsente ad un piano di ristrutturazione (nel caso dell'Argentina, si è trattato dei titolari di oltre il 90 % del debito del paese), gli altri devono essere costretti ad accettare di conseguenza.
Il fatto che il Fondo Monetario Internazionale, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e le ONG che combattono la povertà si siano uniti per contrastare i fondi avvoltoio è emblematico. La sentenza del tribunale americano evidentemente ha attribuito scarso peso ai loro argomenti. Per coloro, nei paesi in via di sviluppo e con mercati emergenti, che nutrono rancore nei confronti dei paesi avanzati, conclude il Premio Nobel, ora c'è un motivo in più per essere scontenti di un marchio della globalizzazione gestito per servire gli interessi dei paesi ricchi (in particolare, quelli del loro settore finanziario).

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