La vittoria della Merkel maschera solo la realtà

Berlino avrà sempre meno capacità di affrontare la crisi dell'euro-zona

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La vittoria della Merkel maschera solo la realtà

Con un tasso di approvazione personale vicina al 70% grazie ad una disoccupazione ad i livelli più bassi dalla riunificazione al 5.3% e quella giovanile al 7,7%  - rispetto al 39.5% in Italia ed il 56.1% in Spagna - Angela Merkel resta la guida della Germania anche dopo le elezioni di domenica 22 settembre. Tuttavia, sottolinea Ambrose Evans-Pitchard sul Telegraph, molti economisti iniziano ad indicare come la consistenza di Berlino sia sempre più fragile rispetto a quello che appaia – fondata come è su alcune componenti effimere come le importazioni cinesi e l'immersione di capitali globali che hanno pompato il sistema – e sarà in difficoltà a dare risposte efficaci alla crisi dell'euro-zona.
Il membro nel board della Bce, Joerg Asmussen, è arrivato a dichiarare recentemente che il paese diventerà nuovamente il “malato d'Europa in 5-10 anni” se continua a negare di avere un grave problema d'infrastrutture e non inizia ad investire di più nell'educazione e nella formazione. La sua migliore università, il Politecnico di Monaco, è del resto al 53° posto nelle classifiche mondiali. Inoltre, il sindacato federale tedesco, il BDI, ha invocato un cambiamento drastico nelle politiche energetiche, avvisando come un trilione di euro per l'eolico, solare ed altre rinnovabile stia portando i costi di approvviggionamento a livelli che minacciano la competitività tedesca. L'elettricità, continua nella sua analisi Evans-Pitchard, costa infatti il 30% in più rispetto al resto d'Europa ed il doppio degli Usa. Ma in campagna elettorale nessuno dei principali partiti ha proposto alcun cambiamento serio rispetto al cosiddetto “Energiewende” — il programma energetico nazionale con l'obiettivo di approvvigionare il 50% di tutto il paese con le rinnovabili entro il 2030 e l'80% entro il 2050.
Secondo l'Ocse, inoltre, la Germania, nonostante le riforme Hartz IV di un decennio fa, è ancora uno dei mercati più rigidi dell'Ue, con diverse barriere presenti al licenziamento ed alla possibilità di aprire start-up tecnologici. La produttività per lavoratore è cresciuta dello 0,6% annuo dal 2000 al 2010, rispetto all'1,4% di altri paesi ricchi. Secondo l'indice del World Economic Forum, inoltre, la Germania è al 106° posto nella classifica della Banca mondiale per la facilità di aprire un'azienda; al 31° per la copertura della banda larga, al 75° per l'apertura delle banche ed al 127% per la regolamentazione di assunzione e licenziamento.
Gli economisti hanno sottolineato come la Germania stia ampiando i suoi problemi strutturali, ripetendo gli errori che Italia e Spagna hanno commesso subito dopo l'ingresso nella moneta unica. Mentre nessuno dubita che Berlino abbia guadagnato competitività nei primi anni dell'euro, la domanda è se abbia creato un modello economico superiore o abbia semplicemente approfittato della situazione salariale in una politica “beggar-thy-neighbour” rispetto ad i suoi partner europei. Ma anche questa questione è stata totalmente assente nei dibattiti parlamentari.
Il rischio per la Germania, commenta il Columnist del Telegraph, è che la crisi emerga con forza nel momento in cui l'invecchiamento della popolazione inizierà ad intensificarsi: secondo la Commissione europea la forza lavoro del paese crollerà di 200 mila unità l'anno per i prossimi dieci anni, replicando quella che è stata l'esperienza del Giappone. “La Germania si trova di fronte una bomba demografica pronta ad esplodere”, secondo Mats Persson del think tank Open Europe. 
Ed in questo contesto Berlino avrà sempre meno energie e disponibilità per affrontare con determinazione la crisi dell'euro-zona. Il terzo mandato di Angela Merkel, che dovrà concretizzarsi con un difficile appoggio da parte del Psd di Steinbruck, avrà di fronte le proteste popolari per un terzo programma di salvataggio greco, un secondo in Portogallo ed uno sempre più probabile per la Slovenia. Ma ne avrà le capacità?

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