L'Abenomics funzionerà

Il Giappone rappresenta un barlume di speranza nell'economia globale attuale

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L'Abenomics funzionerà

Il programma di politica economica del primo ministro giapponese Shinzo Abe ha generato un clima di grande fiducia nel paese. Per la sua rubrica per The Project syndicate, The promise of Abenomics, Jospeh Stiglitz analizza l'“Abenomics” e tenta di rispondere se sia veramente la soluzione per il Giappone.
Con un aumento medio del 3.08% in termini di crescita per lavoratore dal 2000, il Giappone ha fatto considerevolmente meglio di Stati Uniti e Germania. Tuttavia, molti giapponesi avvertono correttamente che l'Abenomics possa aiutare la ripresa ed il primo ministro ha iniziato una serie di riforme, che comprenda politiche monetarie, fiscali e strutturali, che molti economisti, compreso Stiglitz, hanno chiesto ai governi di Stati Uniti ed Europa. Al primo ministro giapponese piace descrivere il suo programma come un'insieme di queste tre frecce, che, sottolinea Stiglitz, può procedere solo se tutte e tre funzioneranno complessivamente. 
Con un'esperienza come ministro della finanza e poi come presidente dell'Asian Development Bank, il nuovo governatore della Banca centrale giapponese, Haruhiko Kuroda, ha in mente la crisi dell'Asia orientale negli anni 1990 ed il fallimento delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Per questo si è impegnato a ribaltare la deflazione cronica del Giappone, ponendo il target dell'inflazione del 2%. La deflazione aumenta il peso del debito reale, oltre il tasso d'interesse reale. La strategia aggressiva di Kuroda ha già permesso di abbassare il tasso di cambio dello yen, rendendo più competitive le esportazioni del paese. Questo per l'interdipendenza della politica monetaria: se la politica QE (quantitative easing) scelta dalla Fed come risposta alla crisi ha indebolito il dollaro, le altre Banche centrali hanno reagito di conseguenza e senza una coordinazione delle autorità monetarie mondiali, la scelta del Giappone è stata giusta e tempestiva, anche se sarebbe stata più efficace se negli Stati Uniti ci fosse più attenzione a sbloccare l'accesso al credito per proprietari di case e piccole e medie imprese. 
La politica monetaria è solo una delle frecce in mano ad Abe. Molti economisti hanno criticato le politiche fiscali espansive del Giappone, che il neo primo ministro ha deciso di rafforzare. Se si vedono i dati economici del paese, tuttavia, la situazione è molto diversa ed un dato è incontrovertibile: la crisi del paese sarebbe stata molto peggiore senza una forte spesa pubblica, con la disoccupazione che non ha mai superato il 5.8%, e, in piena crisi fiscale globale, si è attestata al 5.5%, meno della metà di quello che si registra oggi negli Stati Uniti ed in Europa. Inoltre, chiunque ha visitato il Giappone recentemente ne ha avvertito i benefici degli investimenti delle infrastrutture.
La vera sfida per Abe deriva dalla sua terza freccia, quello che ha definito la ristrutturazione per la “crescita”, volta a migliorare la produttività ed aumentare l'occupazione. Alcuni l'hanno definita “deregulation”, ma, secondo Stiglitz, sarebbe un errore rivedere gli standard ambientali, di salute e sicurezza. Quello che è necessario è migliorare la regolamentazione, in particolare per quel che riguarda la prassi di assunzioni e licenziamenti, ma questo richiede un cambiamento nel settore privato e non nei regolamenti governativi. 
Mentre gli studenti giapponesi eccellono in classifiche mondiali, una scarsa conoscenza dell'inglese - la lingua franca del commercio internazionale e della scienza – pone ancora il Giappone in una situazione di svantaggio nel mercato globale. Ulteriori investimenti in ricerca ed educazione sono quindi necessari. Tuttavia, Stiglitz è fiducioso che la strategia del Giappone per rinvigorire la sua economia avrà successo. Con istituzioni forti, una forza lavorativa specializzata e ben educata, con una diseguaglianza sociale minore rispetto a molti paesi avanzati industriali e con uno impegno storico nella preservazione dell'ambiente, il Giappone, conclude il premio Nobel per l'economia, può presto divenire uno dei pochi raggi di luce nel fosco clima dell'economia globale.

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