L’arte può davvero essere neutrale? Il caso Ed Sheeran
di Camilla Costantini
Ed Sheeran è un cantautore britannico di fama mondiale. Tutti hanno sentito una sua canzone, almeno una volta nella vita. Nelle ultime settimane, tutti hanno sentito, o letto da qualche parte, il suo nome: il 4 settembre il rapper statunitense Macklemore, invitato ad aprire i concerti di Ed Sheeran, aveva tenuto un discorso nel quale esprimeva il suo sostegno alla causa palestinese, urlando “Palestina libera”.
La Messina Touring Group, promoter del tour di Ed Sheeran, ha deciso di allontanarlo dalla tournèe e in particolare il miliardario Robert Kraft ha confermato di aver vietato al rapper di esibirsi, accusandolo di incitamento all’odio nei confronti di Israele.
Macklemore, con un post su instagram, ha commentato la sua espulsione dal The Loop Tour ribadendo la sua posizione: Palestina libera. “Ed Sheeran si trovava in una posizione di m*rda. Lo sapeva. La sua tipica posizione apolitica veniva messa alla prova come mai prima d’ora. Mi ha detto che le parole Palestina libera e l’immagine della bandiera palestinese ferivano molte persone con cui aveva parlato. Gli ho risposto che se quelle parole risultavano più offensive del massacro di decine di migliaia di bambini palestinesi da parte di Israele, allora c’era una disconnessione fondamentale tra la posizione di quelle persone e la mia. Ma lui non è riuscito ad andare oltre il suo atteggiamento pubblico del tipo io non prendo posizioni” ha scritto il rapper.
Ed Sheeran, a sua volta, ha risposto alle critiche con un post: “ho sempre usato la mia posizione e la mia musica per unire persone di ogni provenienza e cultura e questo non cambierà mai. Chiunque sia stato a uno dei miei concerti sa che sono uno spazio di unità, gioia, evasione, amore, un luogo in cui tutti devono sentirsi i benvenuti. Non sono complice. Ho le mie opinioni su questo conflitto devastante. Il fatto che scelga di non esprimermi pubblicamente non significa che non ne abbia, e non significa che non mi importi. E non significa nemmeno che non sostenga delle cause a modo mio, nel privato”.
La polemica che si è creata in queste settimane intorno al “non prendere posizione” da parte del cantautore britannico ha riaperto due domande fondamentali: ma l’arte e gli artisti devono per forza prenderla, una posizione? Può esistere un’arte “neutra”?
Due anni fa la storica dell’arte Giusy Vena ha pubblicato sul suo canale youtube un video dal titolo “come la politica ha influenzato l’arte italiana del secondo dopo guerra” in cui spiega il forte legame tra l’arte italiana di quel periodo e i due partiti principali che si scontravano: la Democrazia Cristiana, con gli Stati Uniti e gli imprenditori, e il Partito Comunista Italiano, con l’Unione Sovietica e gli operai. Uno degli esempi che riporta è una mostra d’arte del 1951: più di sessanta artisti si erano riuniti per denunciare l’intervento americano in Corea, ma la Democrazia Cristiana voleva censurare le loro opere e quindi la polizia vietò l’inaugurazione della mostra.
Palmiro Togliatti, d’altra parte, dopo la sconfitta del Partito Comunista Italiano del 1948, irrigidì il ruolo dell’intellettuale all’interno del partito in favore del realismo sociale, che comunicava i propri valori in modo semplice e chiaro, opposto a ogni sperimentazione astratta. Questo lo portò a scontrarsi idealmente con Forma Uno, un gruppo di artisti marxisti che voleva rinnovare il linguaggio dell’arte contemporanea, distaccandosi dalla pittura figurativa e prediligendo la forma e il segno nel loro significato basico.
Vena conclude il video con una riflessione: l’arte è molto di più della ricerca di una bellezza estetica. Le pressioni politiche sugli artisti ci hanno sempre dimostrato e continuano a dimostrarci che l’arte non è solo un atto di creazione individuale, ma è anche un’espressione sociale collettiva.
Un altro esempio, sulla stessa linea di quello appena riportato, è l’arte del pittore russo Vasilij Kandinskij: la scuola, da lui creata in Germania, fu accusata dal nazionalsocialismo di diffondere idee sovversive e, quindi, dovette chiudere. Ricordiamo come il regime nazista nel 1933 fu responsabile della distruzione di massa di opere ritenute nemiche dell’ideologia del Terzo Reich e da questi fatti capiamo che l’arte e gli artisti hanno un potere enorme: il potere di prendere una posizione. Il potere di aderire completamente alle forme del potere, oppure di cercare di cambiarle.
La via di mezzo, quella “neutra”, a cui Ed Sheeran ha fatto riferimento non è mai esistita: non esprimersi significa prendere una posizione molto chiara, ovvero quella di adattarsi a un determinato sistema. E se ti adatti a quel sistema, lo alimenti. E se lo alimenti, sei complice.
Ed Sheeran nel suo post ha scritto anche che “la sofferenza e il dolore causati ad entrambe le parti sono una tragedia umana”.
L’ONU ha definito l’occupazione e gli insediamenti nei territori palestinesi da parte di Israele una violazione del diritto internazionale. Il quotidiano israeliano Hareetz ha riportato che l’IDF ha riconosciuto come attendibile il bilancio di più di 71.000 palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023. Non è un “conflitto tra due parti”, come sostiene Ed Sheeran. Definirlo ancora come un conflitto, significa prendere una posizione precisa: quella di Israele.
“Io non sono una vittima. Ed Sheeran non è una vittima. Abbiamo carriere, soldi, opportunità, sicurezza e pubblico in tutto il mondo. Qualsiasi conseguenza ognuno di noi debba affrontare per ciò che dice, possiamo comunque tornare a casa dalle nostre famiglie. Le vittime sono il popolo palestinese. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, ridotti alla fame, sfollati e costretti a vivere un’immane violenza” ha scritto Macklemore, centrando implicitamente un punto molto importante: cantanti come lui e Ed Sheeran hanno la possibilità di annullare un concerto, perché posseggono una carriera avviata e soldi.
Non tutti possono permettersi di essere completamente coerenti nelle scelte che prendono all’interno del sistema capitalistico in cui viviamo: un operaio che lavora per un’azienda come Leonardo, per esempio, non può sempre permetterselo. Ed Sheeran questa possibilità, in questa situazione, la aveva: poteva annullare il suo tour e scegliere di opporsi alla scelta della Messina Touring Group. Ha preferito prendere una decisione diversa: quella del complice. E l’apparente neutralità è una scelta molto più oscura, molto più spaventosa della complicità stessa.


