Perché dovete vedere Palestine 36, e non applaudire NAZA

652
Perché dovete vedere Palestine 36, e non applaudire NAZA

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l'ovazione più lunga nella storia del festival. L'anno prima il record era di ventitré minuti, e apparteneva anch'esso a un film su Gaza: La voce di Hind Rajab, costruito attorno all'ultima telefonata di una bambina palestinese intrappolata in un'auto sotto il fuoco. Le due ovazioni più lunghe mai tributate a Venezia riguardano entrambe Gaza. La più lunga, però, non è per la voce della bambina. È per NAZA, un documentario in cui ufficiali dell'intelligence e soldati israeliani, con il volto nascosto, raccontano come Gaza sia stata trasformata in un sistema di bersagli, di punteggi, di morti civili calcolate in anticipo. Il titolo stesso è un termine che l'esercito israeliano usava per indicare quanti civili una singola incursione avrebbe presumibilmente ucciso.

Vale la pena fermarsi qui, prima di parlare del film.

Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.

Perché la verità cambia statuto quando a pronunciarla è un israeliano? Perché ciò che un palestinese racconta dalla propria casa distrutta viene trattato come testimonianza di parte, mentre la stessa cosa detta da qualcuno dentro l'apparato che ha prodotto quella distruzione diventa una rivelazione?

Il poeta palestinese Mohammed El-Kurd ha dato un nome a questo meccanismo. Nella sua “politica dell'appello” descrive la condizione imposta ai palestinesi: per essere ascoltati devono rivolgersi alla coscienza di chi li opprime, dimostrare la propria innocenza, presentarsi come vittime perfette. Vittime senza rabbia, senza politica, senza resistenza. Chi non corrisponde a quell'immagine perde il diritto di essere creduto. È una trappola, perché su quel terreno il palestinese non vince mai. Se parla, è di parte. Se accusa, esagera. Se resiste, giustifica ciò che gli viene fatto. La sua parola, da sola, non basta. Serve sempre qualcun altro a garantirla.

Il testimone israeliano risolve esattamente questo problema. Il palestinese chiedeva di essere creduto e non bastava. L'israeliano non chiede nulla: conferma. E nel confermare offre allo spettatore occidentale ciò di cui ha davvero bisogno, la possibilità di credere all'atrocità senza dover credere al palestinese.

Il giornalista palestinese Mahmoud Mushtaha, che ha visto NAZA in sala, ha definito i venticinque minuti di applausi un atto d'accusa contro un'informazione occidentale che per tre anni ha trattato i giornalisti palestinesi come “narratori inaffidabili della nostra stessa morte”. È contento, scrive, che la testimonianza ora venga creduta; ma una fiducia che arriva così tardi, a un prezzo simile, non è sicurezza.

La scrittrice palestinese Susan Abulhawa lo ha detto con durezza: «I palestinesi hanno dato la vita per raccontare questa storia. Dentro e fuori Gaza abbiamo gridato al mondo ciò che Israele faceva, come gridiamo da decenni. Ma si crede solo agli israeliani, celebrati come narratori coraggiosi, mentre i carnefici vengono umanizzati e trattati con il beneficio del dubbio».

È questo il punto. Non solo che la testimonianza palestinese venga ignorata, ma che alla conferma israeliana venga riconosciuto un valore morale che alla parola palestinese non è mai concesso. Un palestinese vi dice che la sua famiglia è stata uccisa, ed è una vittima. Un israeliano vi dice che i palestinesi sono stati uccisi consapevolmente, e diventa coraggioso. Il palestinese fornisce il corpo. L'israeliano fornisce la rivelazione.

Conosciamo già questo dispositivo. In Israele esiste persino un'espressione per una delle sue forme, yorim ve-bochim, “sparare e piangere”. Il soldato spara, poi piange per ciò che ha fatto, e il pianto diventa la prova che ha conservato la propria umanità. Il crimine si può riconoscere, purché al centro del racconto torni la coscienza di chi vi ha preso parte.

C'è un secondo versante, rivolto a Israele stesso. Se sono gli israeliani a denunciare i crimini israeliani, allora forse Israele resta, sotto tutto questo, la società liberale e capace di correggersi che i suoi sostenitori hanno sempre descritto. Guardate, ci viene detto: i registi israeliani denunciano l'esercito, i soldati israeliani confessano, la società israeliana discute. Deve esistere un altro Israele, decente, tormentato. Il dissidente diventa così una prova a discarico. È la funzione più profonda dello “sparare e piangere”: il pianto non mette in discussione il sistema, ne salva l'immagine morale. E oggi, dopo ciò che il mondo ha visto a Gaza, di quella immagine Israele ha un bisogno disperato.

In NAZA quegli uomini non piangono nemmeno. Descrivono l'uccisione con voce piatta, e uno di loro la paragona a un videogioco. Il rimorso non è mai sullo schermo. Lo fornisce la sala, un pubblico che ha bisogno di credere che lassù qualcuno sia tormentato.

Il giornalista palestinese-americano Ali Abunimah ha posto la domanda con la durezza necessaria: perché uomini che descrivono crimini di questa gravità diventano protagonisti anonimi di una consacrazione culturale invece di essere chiamati a risponderne?

L'anonimato può essere necessario per ottenere una testimonianza. I giornalisti proteggono le fonti, i whistleblower corrono rischi reali. Ma l'anonimato non può diventare assoluzione. Se qualcuno racconta di aver partecipato a un sistema in cui intere famiglie venivano uccise consapevolmente, abbiamo il diritto di chiedere più del suo disagio. Che cosa ha fatto? Che cosa ha autorizzato? Chi è morto? Consegnerà le prove agli investigatori, i nomi ai procuratori? Comparirà davanti a un tribunale? Altrimenti resta una transazione morale rovesciata: la vittima palestinese viene identificata, fotografata e sepolta; il partecipante israeliano resta anonimo, protetto, e poi elogiato per averci detto che quella vittima è stata uccisa.

E qui bisogna dire una cosa che a Venezia nessuno ha detto. NAZA è firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, gli stessi due autori di No Other Land, il film che avevano realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Non sono propagandisti della hasbara. Sono gli israeliani sinceri, contro l'occupazione, i “bravi israeliani” di cui parla tutto questo ragionamento. E proprio la loro storia mostra l'asimmetria nella forma più cruda. Poche settimane dopo aver vinto l'Oscar tutti e quattro insieme, i coloni hanno aggredito Ballal nel suo villaggio di Susiya, in Cisgiordania, lasciandolo con la testa sanguinante, e l'esercito lo ha portato via e trattenuto per una notte. Adra ha raccontato che dal ritorno dagli Oscar era un'aggressione al giorno, e che sembrava una vendetta. I registi israeliani raccolgono l'ovazione e il Premio speciale della giuria; il loro co-regista palestinese viene pestato sulla propria terra. Stesso film, stesso podio, corpi diseguali.

Anche la cornice del dissidente coraggioso andrebbe guardata con attenzione. Il ministro della Cultura israeliano ha chiesto di revocare la cittadinanza ad Abraham e Szor. E tuttavia, a Venezia, ad alzarsi in piedi è il pubblico occidentale, per la voce israeliana.

Niente di tutto questo rende inutile la testimonianza. Va conservata, verificata, portata davanti a un tribunale, e su ciò che dimostra vanno chieste sanzioni e responsabilità. Lo stesso El-Kurd riconosce ciò che NAZA mette a nudo: la natura automatizzata e istituzionale dell'uccisione, la morte di massa dei civili «by design», il sistema Lavender che seleziona i bersagli. Le rivelazioni sul targeting affidato all'intelligenza artificiale tolgono ai governi occidentali l'alibi della negazione plausibile. E il film ha un valore reale, perché arriva a un pubblico che i palestinesi troppo spesso non hanno potuto raggiungere.

Ma se quel pubblico esce dalla sala rassicurato dall'esistenza dei “bravi israeliani”, invece di trovarsi davanti al sistema, allora il film ha fallito proprio dove contava di più. Non confondete la conferma con la scoperta. Non confondete la confessione con il coraggio. Non confondete il rimorso con la giustizia.

C'è poi una questione di tempo. NAZA comincia dove comincia la guerra. Costruito sulle parole di soldati che descrivono il sistema dei bersagli, non può che aprirsi dopo il 7 ottobre. E in quell'apertura accetta in silenzio la cornice che dovremmo rifiutare: che la storia inizi lì, che il 1936, la Nakba e i decenni di occupazione siano sfondo e non causa.

È esattamente per questo che Palestine 36 conta.

Il film di Annemarie Jacir fa il contrario. Non ha bisogno della coscienza israeliana per aprire la porta alla storia palestinese. Ci porta nel 1936, dentro una società palestinese che affronta il dominio coloniale britannico, la spoliazione e una catastrofe che si avvicina. Jacir ci ha lavorato quasi dieci anni. Il film è stato costruito da mani palestinesi, ed è l'unico lungometraggio girato in Palestina in questi due anni di guerra. C'è una scena che la regista ha voluto a ogni costo: una bambina che corre lungo le mura di Gerusalemme. Vale più di qualunque tesi.

I palestinesi stanno al centro della propria storia. Non sono materiale probatorio nel percorso morale di qualcun altro, non aspettano che un israeliano confermi ciò che sanno del proprio paese. Parlano prima ancora che Israele esista. E questo, da solo, interrompe una delle abitudini più tenaci nel modo in cui la Palestina viene presentata al pubblico occidentale: i palestinesi hanno una storia prima del rimorso israeliano, una politica prima del dissenso israeliano, una memoria prima della confessione israeliana.

Andate a vedere Palestine 36. Non come gesto di solidarietà culturale, non perché il cinema palestinese debba essere sottratto alla critica, non perché un film possa correggere decenni di cancellazione. Andate perché conta chi racconta la storia. Andate perché i palestinesi sono stati abbastanza a lungo personaggi secondari nella biografia morale di Israele. Andate perché un popolo non dovrebbe essere costretto a morire davanti a una telecamera e poi aspettare che qualcuno, appartenente alla società che lo sta uccidendo, spieghi al mondo che quelle morti erano vere.

E quando i soldati israeliani parlano, ascoltateli. Conservate le prove, verificatele, portatele in tribunale. Ma non scambiate la conferma per la scoperta.

Il poeta palestinese Mosab Abu Toha, che in quegli attacchi ha perso la propria famiglia, ha scritto ciò che andava detto su quegli applausi. Ha elencato i morti, per nome e per numero: il cugino di suo padre, ucciso con la moglie, i figli e i nipoti, trentuno persone in un solo attacco; più di novanta membri della famiglia Joha in un altro. Poi si è rivolto alle confessioni. «Bisogna spezzare le ossa del sistema che sta dietro a questo male», ha scritto. «Spezzate gli aerei da guerra. Spezzate i carri armati. Spezzate l'artiglieria. Serve una rivoluzione, non semplicemente la rottura di un silenzio».

È questa la distinzione. Stiamo applaudendo la rottura del silenzio quando ciò che serve è la rottura del sistema. E quel silenzio, in ogni caso, non erano loro i primi a poterlo rompere. I palestinesi parlavano molto prima di loro, ed è alle voci palestinesi che dovremmo dare ascolto.

La domanda non è più se esistano bravi israeliani. È perché i palestinesi debbano continuare a morire prima che il mondo sia disposto a credergli. E perché, quando un israeliano finalmente ripete ciò che i morti dicevano da sempre, il mondo si alzi in piedi ad applaudire per venticinque minuti.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia di Giuseppe Masala L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia

L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia

CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026 di Michelangelo Severgnini CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026

CONTRO-STORIA DELLA TURCHIA 2016-2026

Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni   Una finestra aperta Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni

Lo spirito di Yan’an e il turismo rosso: un viaggio tra generazioni

Siete proprio sicuri di vivere in democrazia? di Fabio Massimo Paernti Siete proprio sicuri di vivere in democrazia?

Siete proprio sicuri di vivere in democrazia?

Una falsa false-flag? di Francesco Santoianni Una falsa false-flag?

Una falsa false-flag?

La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca di Alessandro Bartoloni La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca

La vera ragione del viaggio del direttore della CIA a Mosca

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli di Raffaella Milandri Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli

Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer) di Francesco Erspamer  Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer)

Woke, l'obsolescenza che fa PIL (di Francesco Erspamer)

Virginia Libero, una storia triste (e penosa) di Paolo Desogus Virginia Libero, una storia triste (e penosa)

Virginia Libero, una storia triste (e penosa)

Carlos, storia di un rivoluzionario scomodo di Geraldina Colotti Carlos, storia di un rivoluzionario scomodo

Carlos, storia di un rivoluzionario scomodo

Il voto su AfD e le vecchie beghine di Alessandro Mariani Il voto su AfD e le vecchie beghine

Il voto su AfD e le vecchie beghine

Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra di Marinella Mondaini Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra

Bloomberg: In Germania gli ospedali sono ormai pronti alla guerra

Chi sono i veri nemici dell'Europa di Giuseppe Giannini Chi sono i veri nemici dell'Europa

Chi sono i veri nemici dell'Europa

Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia di Antonio Di Siena Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia

Apparecchiano i monumenti! Il turismo che svende la Puglia

Italia e vincolo esterno di Gilberto Trombetta Italia e vincolo esterno

Italia e vincolo esterno

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni di Giorgio Cremaschi La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni

La (vera) assicurazione di Giorgia Meloni

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti