Le parole di Huckabee e il timore arabo di un “Grande Israele”

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Le dichiarazioni di Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, secondo cui sarebbe “accettabile” un’espansione israeliana dal Nilo all’Eufrate, hanno scatenato una reazione dura e insolitamente compatta nel mondo arabo e islamico. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar e Turchia hanno condannato le parole come pericolose e destabilizzanti, seguiti da prese di posizione dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, della Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

La reazione riflette tre livelli di preoccupazione. Il primo riguarda la difesa dell’ordine regionale: in un Medio Oriente già frammentato, evocare confini “biblici” mette in discussione la legittimità degli Stati esistenti. Il secondo livello è politico-diplomatico: le parole di Huckabee alimentano il sospetto che, dietro la linea ufficiale dell’amministrazione Donald Trump, contraria ad annessioni formali, si celi una tolleranza verso un progetto di “Grande Israele”. Il terzo fattore è interno: la questione palestinese resta centrale per l’opinione pubblica araba e impone ai governi di mostrarsi fermi, anche quando i margini di manovra sono limitati.

Ed è qui che emerge la contraddizione principale. Le condanne sono forti, ma difficilmente si tradurranno in azioni concrete, dato il peso delle relazioni strategiche con Washington e dei legami, diretti o indiretti, con Israele. Il caso Huckabee va quindi oltre una singola uscita infelice: mette in luce la distanza tra dichiarazioni di principio e capacità di incidere sulla realtà, e alimenta una diffusa sfiducia regionale verso l’asse USA-Israele.

Senza misure tangibili, anche le proteste più unanimi rischiano di restare solo simboliche.


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