Le relazioni con l'India e la strategia geopolitica di Obama
Mentre proseguono le tensioni con la Russia, Obama incontra Modi per riaffermare il ruolo di “pivot” nel continente asiatico
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di Simone Nastasi
Nel 2011 nel discorso di Canberra il presidente degli Stati Uniti Barak Obama annunciò la volontà degli Usa di ricoprire il ruolo di “pivot” in Asia. La politica estera statunitense avrebbe quindi progressivamente spostato la sua strategia dall’Atlantico verso il Pacifico, aprendo ufficialmente la partita geopolitica con la Cina. E’ in questa ottica che possono allora spiegarsi i continui viaggi di Obama nel continente asiatico. Nello scorso aprile il presidente americano volle incontrare i massimi rappresentanti di quei Paesi che ad oggi sono da considerarsi i migliori alleati militari nella regione vale a dire il Giappone, le Filippine, la Malesia e la Corea del Sud. Tutti Paesi, che insieme all’Indonesia e il Vietnam, vogliono mantenere la loro autonomia nella regione, azzerando ogni rischio di dover finire sotto l’egida di Pechino. Sebbene, tuttavia, alcuni di loro proprio con la Cina mantengano ad oggi solide relazioni di carattere economico e commerciale. La Cina che nel 2014 ha mostrato un tasso di crescita del 7,5%, è considerata la prima potenza economica dell’Asia, seriamente candidata secondo le previsioni a diventare la prima forza mondiale, in termini di Pil, già nel 2015.
A Washington guardano l’ascesa di Pechino con tutta l’attenzione di coloro che sanno di trovarsi di fronte non solo un mercato potenziale di un miliardo e mezzo di persone ma anche il primo grande competitor in grado di scalzare il ruolo economico degli Stati Uniti d’America a livello globale.
Secondo alcuni importanti politologi americani come Ian Bremmer la crescita economica cinese continuerà ad allarmare i Paesi vicini a tal punto da stimolare un riavvicinamento progressivo agli Stati Uniti d’America. I quali, sotto l’Amministrazione Obama, hanno voluto spostare la loro attenzione verso il continente asiatico per ragioni soprattutto di carattere geo-economico: le prospettive di crescita della regione, trainate dalla Cina, ma anche dall’India ed altri Stati come Giappone, Indonesia e Corea del Sud, sono infatti considerate maggiori rispetto a quelle che attualmente offrono altre regioni come il Vecchio Continente, fiaccato da anni di crisi economica, e dalle incertezze di cui soffrono ancora i Paesi dell’area Euro. Sia la Cina che gli Stati Uniti vogliono allora ritagliarsi un ruolo di player nell’area del Pacifico. Per farlo hanno entrambi lanciato agli Stati dell’area la loro offerta in termini di accordi economici: la Cina ha lanciato il RECP (Regional Comphrensive Economic Partnership), un accordo di libero scambio firmato con alcuni Stati membri dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), dal quale sono esclusi gli Stati Uniti; gli Stati Uniti a loro volta, hanno voluto lanciare il TPP (Trans Pacific Partnership), il trattato di cooperazione economica che coinvolge tra gli altri anche alcuni Stati firmatari del RECP come il Giappone, il Brunei, la Malaysia, Singapore e il Vietnam e dal quale, non a caso, è stata esclusa la Cina. La partita che a Washington vogliono vincere è quella contro Pechino e per farlo il presidente Obama ha scelto di rinsaldare le relazioni con quegli Stati che sono da considerarsi vere e proprie potenze in ambito regionale. Da questo punto di vista, escludendo la Russia di Wladimir Putin, il miglior potenziale alleato degli Usa non può che essere l’India, che nei confronti della Cina conserva da anni un rapporto di amichevole rispetto, senza subordinazione.
A Washington guardano l’ascesa di Pechino con tutta l’attenzione di coloro che sanno di trovarsi di fronte non solo un mercato potenziale di un miliardo e mezzo di persone ma anche il primo grande competitor in grado di scalzare il ruolo economico degli Stati Uniti d’America a livello globale.
Secondo alcuni importanti politologi americani come Ian Bremmer la crescita economica cinese continuerà ad allarmare i Paesi vicini a tal punto da stimolare un riavvicinamento progressivo agli Stati Uniti d’America. I quali, sotto l’Amministrazione Obama, hanno voluto spostare la loro attenzione verso il continente asiatico per ragioni soprattutto di carattere geo-economico: le prospettive di crescita della regione, trainate dalla Cina, ma anche dall’India ed altri Stati come Giappone, Indonesia e Corea del Sud, sono infatti considerate maggiori rispetto a quelle che attualmente offrono altre regioni come il Vecchio Continente, fiaccato da anni di crisi economica, e dalle incertezze di cui soffrono ancora i Paesi dell’area Euro. Sia la Cina che gli Stati Uniti vogliono allora ritagliarsi un ruolo di player nell’area del Pacifico. Per farlo hanno entrambi lanciato agli Stati dell’area la loro offerta in termini di accordi economici: la Cina ha lanciato il RECP (Regional Comphrensive Economic Partnership), un accordo di libero scambio firmato con alcuni Stati membri dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), dal quale sono esclusi gli Stati Uniti; gli Stati Uniti a loro volta, hanno voluto lanciare il TPP (Trans Pacific Partnership), il trattato di cooperazione economica che coinvolge tra gli altri anche alcuni Stati firmatari del RECP come il Giappone, il Brunei, la Malaysia, Singapore e il Vietnam e dal quale, non a caso, è stata esclusa la Cina. La partita che a Washington vogliono vincere è quella contro Pechino e per farlo il presidente Obama ha scelto di rinsaldare le relazioni con quegli Stati che sono da considerarsi vere e proprie potenze in ambito regionale. Da questo punto di vista, escludendo la Russia di Wladimir Putin, il miglior potenziale alleato degli Usa non può che essere l’India, che nei confronti della Cina conserva da anni un rapporto di amichevole rispetto, senza subordinazione.
L’ultima notizia riportata dal sito di informazione The BricsPost è di un viaggio ufficiale di Obama per incontrare il primo ministro indiano Nerenda Modi. L’India può diventare per gli Usa un partner con una duplice valenza: in chiave geopolitica, per arrestare la crescita della Cina nel continente asiatico; in chiave economica, per stimolare l’interscambio commerciale tra i due Paesi visto che l’agenda economica del presidente Modi gode del sentiment positivo dei principali fondi di investimento americani. La chiave per aprire la porta che da Washington conduce a Nuova Dehli è rappresentata dalla questione energetica che ad oggi impone all’India di diversificare il suo fabbisogno dato che il 90% del suo approvvigionamento proviene infatti da combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale) che fanno dell’India uno deiprincipali importatori di fonti energetiche e il quarto produttore mondiale di gas serra. Dotarsi di fonti alternative significherebbe ottenere un duplice vantaggio: una maggiore autonomia dagli esportatori esteri e la riduzione nell’emissione di gas serra. L’argomento chiave nell’incontro tra Obama e Modi è stato allora la possibilità per entrambi i Paesi di sottoscrivere un accordo di carattere commerciale, attraverso il quale le imprese americane fornirebbero a quelle indiane le tecnologie necessarie per aumentare la produzione di energia nucleare fino a raggiungere l’obiettivo dei 30 Gigawatt. L’opinione prevalente tra i progettisti indiani è che un tale obiettivo sia raggiungibile soltanto utilizzando le tecnologie di importazione americana. Gli ostacoli più importanti da questo punto di vista sarebbero però rappresentati dalla legislazione in materia attualmente in vigore in India, il Civil Liability Nuclear Damage Act (CLNDA), le cui disposizioni prevedono una responsabilità solidale tra produttori e fornitori in caso di incidente, le cui cause sarebbero da ricondursi a difetti di tecnologia. Significa che a rispondere di eventuali danni di questo tipo non sarebbero soltanto le imprese indiane produttrici di energia ma anche quelle americane fornitrici di tecnologie. Attualmente il CLNDA prevede che il risarcimento del danno per le imprese fornitrici arrivi fino alla somma di 250 milioni di dollari. Le critiche a queste disposizioni non mancano e le più importanti sono arrivate dagli esperti dell’Institute of Energy Studies di Oxford che hanno ravvisato un contrasto di tali disposizioni con l’articolo 10 dell’allegato alla Convenzione sul risarcimento complementare per danno nucleare di cui anche l’India è firmataria. Ulteriori punti deboli nella legislazione sarebbero da trovarsi nei difetti nella definizione di quegli incidenti, in grado di causare un danno nucleare e quindi consentire eventuali successive azioni di responsabilità. L’India e gli Stati Uniti dovranno quindi trovare un accordo che soddisfi le esigenze delle imprese che rappresentano, tenendo in considerazione anche gli effetti in chiave strategica che deriverebbero dalla sottoscrizione di un simile accordo. Una rinsaldata alleanza tra Stati Uniti e India avrebbe il significato di un vero e proprio “patto di contenimento” nei confronti della Cina.

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