Le vere origini della russofobia

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Le vere origini della russofobia

 

di Alessandra Ciattini

Sommario: La russofobia, che i penosi leader europei cercano di alimentare tutti i giorni, prefigurando misteriose minacce di invasioni e conquiste da parte del nostro vicino euroasiatico, costituisce un sentimento, a prima vista, irrazionale e quindi razionalmente incomprensibile. Eppure la conoscenza storica ci consente di individuarne le origini nelle ambizioni politiche dell’imperialismo statunitense, cui si sono inchinati i suddetti leader che, incapaci ed imbelli, anche dopo la pubblicazione del cosiddetto piano di Trump, reclamano una schiacciante sconfitta della Russia.

Nei giorni passati è stato impedito al Prof. Angelo D’Orsi, eminente studioso di A. Gramsci, di tenere una conferenza sulla russofobia nelle sale del Polo del Novecento a Torino con l’accusa del tutto ingiustificata che l’evento sarebbe stato incentrato sulla propaganda putiniana, tema centrale della attuale demagogia politica, ma che non sembra essere condiviso dalla maggior parte della popolazione italiana. Per note vicende storiche e politiche, quest’ultima è legata alla Russia, ex Unione sovietica, di cui ha apprezzato la straordinaria cultura musicale, letteraria, artistica e politica e, in gran parte, il tentativo di costruire il socialismo in un paese arretrato. D’Orsi ha successivamente tenuto la sua conferenza, riuscendo a richiamare un pubblico assai più vasto di quello che sarebbe intervenuto se non fosse stato censurato. Solo questo fatto mette in luce la cretineria politica dei suoi censuratori.

Anche noi vogliamo affrontare questo tema per la sua importanza e soprattutto perché l’immagine fortemente negativa della Federazione russa, che ogni giorno ci vendono i mass media imperanti, è strettamente legata alla politica del riarmo adottata dalla Ue e alle fantomatiche profezie di guerra, di cui è stato indicato persino quando scoppierà. Infatti, ci hanno detto in più occasioni che ciò si verificherà nel 2029, dato che i dirigenti russi sono così imbecilli che aspetteranno tre anni prima di invaderci con i loro ineguagliabili missili supersonici, dandoci tutto il tempo di armarci, dato che per ora siamo del tutto impreparati.

Andiamo proprio alle origini della russofobia, che è sostanzialmente un sentimento del tutto irrazionale, che si cerca di alimentare con argomenti da due soldi, ma che in realtà ha una solida base economica, ideologica e geopolitica.

Quando il signor Trump, di non specchiata moralità come si può ricavare dai suoi rapporti con il pedofilo suicida Jeffrey Epstein e da altre vicende truffaldine, si è insediato alla presidenza, ha lanciato immediatamente i suoi attacchi contro tutti i paesi che avrebbero approfittato della benevolenza Usa, la quale si sarebbe manifestata nel sostegno economico e militare, fondato su ben 800 basi sparse per il mondo. Sappiamo benissimo che questa costituisce solo un’enorme bugia. Infatti, grazie all’egemonia militare e all’uso indiscriminato del dollaro gli Usa sono stati ingrado di dominare gran parte del mondo, con l’esclusione fino a certo punto dei paesi socialisti, e di espropriare le risorse di vaste regioni, imponendo con il ricatto del debito e delle sanzioni politiche economiche a loro favorevoli.  Oltre a questa accusa generale, il volubile Trump ha anche avanzato pretese precise allo scopo di ottenere una sorta di risarcimento: l’integrazione del Canada come 51 Stato della federazione Usa, l’occupazione della Groenlandia per garantire la sicurezza nazionale del suo paese, la riappropriazione del Canale di Panama, affermando che esso ormai sarebbe caduto nelle mani della Cina, che sta diventando il maggiore partner commerciale di molti paesi dell’America Latina.

Queste pretese di Trump non rappresentano nulla di nuovo, dato che i nascenti Stati Uniti tentarono in più occasioni di annettere il Canada senza riuscirvi, nel 1989 il presidente Jimmy Carter intervenne militarmente a Panama, ed infine nel 1941, in funzione anti-nazista, Franklin Delano Roosevelt invase la Groenlandia, dove alla fine della guerra fu costruita la solita base militare. D’altra parte, è attraverso queste operazioni e acquisizioni, e non per un movimento di popolo, che gli Stati uniti si sono ampliati nel tempo a partire dalla fine delle Guerre indiane, che comportarono lo sterminio dei nativi. Nel corso del XIX secolo comprarono l’Alaska dalla Russia, che aveva colonizzato anche zone della costa del Pacifico, nel 1803 acquistarono la Luisiana, attraversata dal Mississippi, dove si erano combattuti francesi e spagnoli, intervenendo anche contro le tribù indiane lì stanziate, nel 1819 annetterono la Florida, strappata agli indiani Seminole, ceduta dalla Spagna che l’aveva conquistata nel XVI secolo. Tra il 1846 e il 1848 scatenarono la guerra col Messico, prima colonia spagnola, grazie alla quale inglobarono la California, il Nevada, lo Utah, il Wyoming, l’Arizona, il New Mexico e una parte del Colorado, mentre nel 1845 era già avvenuta l’annessione del Texas ceduto dal Messico per 15 milioni di dollari. Nel corso del XIX secolo si produsse una notevole differenziazione economico-sociale tra il Nord del paese, che sviluppò industrie e commercio, attirando una grande quantità di immigrati dall’Europa; invece, l’economia del Sud era fondata sul sistema delle piantagioni (cotone, tabacco, zucchero) e sull’impiego del lavoro schiavile prestato da individui deportati dall’Africa. Inoltre, il Nord era protezionista con lo scopo di difendere le sue fabbriche, il Sud invece aveva optato per il libero scambio. L’elezione del repubblicano Abraham Lincoln, avvenuta nel 1860, che emanò il Proclama di emancipazione, benché inizialmente avesse dichiarato che non avrebbe interferito nelle istituzioni degli Stati meridionali, innescò la guerra civile (1861-1865) conclusasi con la vittoria dell’Unione (il Nord).

Un’altra grande differenziazione si generò anche in ambito demografico: coloro che provenivano dalla Gran Bretagna e dal Nord Europa, di religione protestante ed emanazione dell’élite europee, conquistarono l’egemonia su una popolazione eterogenea composta da ex schiavi, contadini, disoccupati provenienti dalle regioni più povere dell’Europa. Questa nuova élite, (definita wasp, bianchi, anglosassoni, protestanti), che nei decenni successivi dette origine alla classe transnazionale euroatlantica, conquistò l’egemonia e si collocò all’apice della gerarchia sociale, alimentando la discriminazione sociale e il razzismo. All’interno di questo cerchio ristretto si sviluppò la nota Dottrina del destino manifesto, che esprime in termini religiosi le ambizioni dell’imperialismo Usa, presente nella corrente del conservatorismo politico, nutrito dal fondamentalismo cristiano, sostenuto dal filosofo di origine tedesca Leo Strauss, il cui pensiero costituisce un ingrediente del movimento MAGA.

L’espansionismo statunitense non si rivolse solo verso l’America Latina, con cui con la Dottrina Monroe pretese di avere rapporti esclusivi, ma già dalla Prima guerra mondiale guardava oltre, intervenendo in Europa, nonostante forti opposizioni, e persino alla Russia, divenuta Unione sovietica nel 1922. La partecipazione alla Grande guerra fu sollecitata in particolare dalle grandi banche di affari, che avevano fatto ingenti prestiti ai governi di Gran Bretagna e Francia, le quali se fossero state sconfitte non avrebbero certo potuto restituirli. Oltre a ciò, l’esito negativo della guerra avrebbe bloccato le importazioni Usa agli alleati europei. 

Nel 1917 era scoppiata nella Russia zarista la Rivoluzione che aveva portato al governo i bolscevichi, contro i quali si schierò un’eterogenea alleanza di monarchici e controrivoluzionari definiti “russi bianchi” in opposizione ai rossi, inquadrati nell’Armata rossa guidata da Leon Trotsky. I bianchi, che costituirono l’Armata dei volontari diretta da ex generali zaristi, insieme ai cosacchi assediarono il governo rivoluzionario da più parti. Nonostante i controrivoluzionari avessero ottenuto l’appoggio di tutti quei paesi, che temevano la diffusione del “pericoloso rosso”, e fossero stati fortemente danneggiati dalla chiusura del fronte orientale, furono definitivamente sconfitti dall’Armata rossa nel 1920. L’intervento della Francia, della Gran Bretagna, degli Usa, del Canada, del Giappone e persino dell’Italia in appoggio alla controrivoluzione trasforma la guerra civile in una guerra internazionale e favorisce la formazione di repubbliche separatiste come la Repubblica di Siberia, del Kuban etc. In particolare, nel luglio del 1918, cedendo  alle sollecitazioni della Francia e della Gran Bretagna, l’allora presidente Usa Woodrow Roosevelt decise di mandare in Siberia 13.000 soldati per difendere i depositi di armi inviati in precedenza al governo dello zar e la legione cecoslovacca anch’essa schierata con i bianchi. Successivamente fu inviata una seconda spedizione, conosciuta come Spedizione Orso polare, ad Arkhangelsk sulle rive del Mar Bianco dove la temperatura era di 45 gradi sottozero. In precedenza, Roosevelt aveva emanato un memorandum in cui indicava in maniera assai confusa le finalità dell’intervento, che fu un fallimento come -secondo alcuni storici- tutte le successive operazioni belliche intraprese all’estero dagli Usa.  In questo memorandum non aveva affermato esplicitamente di voler sconfiggere i bolscevichi, ma di fatto le truppe statunitensi controllavano la Ferrovia Transiberiana per rifornire di materiale bellico i bianchi attraverso di essa, commettendo atrocità verso la popolazione civile. Inoltre, con l’obiettivo di impadronirsi delle colonie tedesche in Asia e di impossessarsi di parte dei territori russi e cinesi in Asia, il Giappone, alleato di Gran Bretagna, Francia e Usa, aveva invaso la Siberia; fatto non gradito a Wilson che intendeva anche contrastare la presenza dei giapponesi nella regione.

Naturalmente anche negli anni successivi, in particolare dal 1945, l’Unione Sovietica continuò ad costituire una forte preoccupazione per la classe dirigente Usa, la quale aveva anche previsto il bombardamento di alcune città sovietiche e che costituì il bloccò euroatlantico per impedire ai rossi di diffondere la loro dottrina sovversiva tra le masse popolari occidentali. Inoltre, la sottomissione della Germania era in linea con la teoria geopolitica dell’Heartland, che invitava le potenze talassocratiche ad impedire l’alleanza tra la prima e la restante area euroasiatica (la Russia), perché ciò avrebbe ostacolato la loro espansione e il loro potere. Strategia che si è compiutamente realizzata nella guerra tra la NATO, Ucraina e Russia, e che ha costretto i vassalli europei a interrompere i loro proficui rapporti commerciali con il paese euroasiatico, ricco di risorse, e in prospettiva con la Cina, principale ostacolo al dominio incontrastato dell’imperialismo statunitense.

Il crollo dell’Unione Sovietica, nonostante il referendum del 1991 per la sua conservazione avesse ottenuto il voto della stragrande maggioranza dei cittadini sovietici, aprì una strada inattesa per l’interferenza diretta degli amerikani nella politica, nell’economia, nelle principali istituzioni, i quali applicarono la nota terapia shock, che causò direttamente o indirettamente circa 12 milioni di morti e l’abbassamento dell’aspettativa d vita. Il tragico evento, che ebbe gravissime ripercussioni sull’Europa e su tutto lo scenario internazionale, suscitò la voracità degli antichi nemici del paese come si può evincere dalla cosiddetta Dottrina Wolfowitz, nella cui bozza Defense Planning Guidance del 1992 si può leggere: “Il nostro primo obiettivo è prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che rappresenti una minaccia dell’ordine simile a quella rappresentata in passato dall’Unione Sovietica. Questa è una considerazione dominante alla base della nuova strategia di difesa regionale e richiederà tutti i nostri sforzi per impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, sarebbero sufficienti a generare un potere globale”.

Questa asserzione non dovrebbe meravigliarci, dato che Angela Merkel, che ha svelato l’inganno del Trattato di Minsk, affermò in quel momento che la guerra fredda non era finita e che la Russia non era stata “pacificata”. Nel frattempo, essendo al governo Boris Yeltsin, gli assessori statunitensi progettavano di smembrare il grande paese in piccoli Stati e di ridurre la popolazione della Russia a 60 milioni abitanti.

Ci restano le testimonianze di alcuni soldati statunitensi, come il libro del tenente Harry Costello Why did we go to Russia? pubblicato nel 1923, in cui l’autore, anch’egli un Orso polare del Michigan, mostra tutta la sua perplessità sulle vere ragioni del loro invio a combattere in Russia, dopo la firma dell’armistizio, avvenuta nel novembre del 1918. Nel 1919 furono rimpatriati e si portarono con sé i corpi dei compagni che avevano potuto recuperare; nel 1929 tornarono nella zona dei combattimenti per ritrovare altri corpi, i quali furono poi seppelliti nel cimitero di Troy nel Michigan, in cui troneggia la statua bianca di un orso polare. Le tracce di questa disastrosa spedizione furono ben presto cancellate dalla memoria storica dei cittadini statunitensi, mentre i russi ricordano bene quell’intervento, deciso in realtà per difendere gli investimenti Usa in Russia messi in pericolo dalle nazionalizzazioni avviate dal governo rivoluzionario. Ma ovviamente i poveri soldati del Michigan ignoravano tutto questo;  da parte loro, alcuni storici ritengono che quell’episodio costituisca il primo atto del perdurante conflitto Usa/Russia.  

 

 

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