'Leave' or 'Remain'?Una scelta elementare di sovranità secondo Ambrose Evans-Pritchard
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Il 23 giugno, i cittadini britannici voteranno in un referendum per la permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea.
L’aumento dell’euroscetticismo in tutti i paesi dell’Ue, fotografato dal un recente sondaggio del Pew Research Center, accresce il timore tra le élite europee che una eventuale Brexit potrebbe dare il via ad un effetto domino, portando altri paesi a cercare di rinegoziare la loro appartenenza al blocco.
In Paesi come Danimarca, Svezia e Paesi Bassi, le richieste di un referendum sull’Ue stanno aumentando in frequenza. E la stessa prospettiva potrebbe riguardare la Francia dopo il 2017, in base all’esito delle elezioni presidenziali del prossimo anno; ma anche in Germania, con Alternative per la Germania, la terza più grande forza politica nel paese, che ha indicato che la Brexit "offrirà l'opportunità di portare avanti la riforma della Ue". Anche il Partito della Libertà austriaco, che stava per vincere le elezioni presidenziali del maggio scorso, vuole rinegoziare il rapporto del paese con Bruxelles.
Secondo l’ultimo sondaggio condotto da dall’Istituto Orb per l’Independent, i sostenitori del “Leave” sono in vantaggio di 10 punti percentuali (55%) rispetto ai sostenitori del “Remain”(45%). Stando ad una rivelazione eseguita da Opinum, il divario tra euroscettici e europeisti è ancora più netto, di 19 punti percentuali, 52% contro 33%.
Uno dei più autorevoli columnist del Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard ha reso noto che voterà a favore della Brexit. Si tratta, scrive Evans-Pritchard, di una scelta elementare: del recupero della sovranità del Parlamento inglese nei confronti di un regime sovranazionale, guidato da un Consiglio europeo non democraticamente eletto e che non può essere sfiduciato dai cittadini inglesi anche quando persiste nei suoi errori. “Nessuno è mai stato chiamato a rispondere per gli errori di progettazione e arroganza dell'euro, o per la contrazione monetaria e fiscale che ha trasformato la recessione in depressione, e ha portato a livelli di disoccupazione giovanile in Europa, che nessuno avrebbe mai pensato possibile o tollerabile in una società civile moderna”. “Non c'è stata alcuna commissione di verità e riconciliazione per il più grande crimine economico dei tempi moderni. Non sappiamo esattamente chi era responsabile perché il potere è stato esercitato attraverso un gioco oscuro delle élite a Berlino, Francoforte, Bruxelles e Parigi, e lo è ancora”.
A differenza dell’ex Ministro greco delle Finanze , Yanis Varoufakis, il Columnist del Telegraph respinge l’idea degli Stati Uniti d’Europa e racconta di un’Unione europea che ha ormai assunto le sembianze di un mostro burocratico che nessuno voleva.
Pritchard è perfettamente consapevole che l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue, dopo 43 anni, non sarà semplice, ma respinge come “ipotesi antropologiche” le minacce e gli avvertimenti delle autorità europee e americane che stanno mettendo in guardia gli inglesi sulla posta in gioco nel prossimo referendum sulla Brexit, con David Cameron che è arrivato a dire che l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue metterebbe a rischio la pace in Europa e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che ha parlato di “distruzione non solo dell’Ue ma anche della civiltà politica occidentale”.
Evans- Pritchard esorta invece sostenitori della Brexit a sostenere la credibilità del Regno Unito in caso di vittora. “Dobbiamo essere un alleato ancora migliore. Ma per la stessa ragione, la gente di questo paese ha tutto il diritto di sfruttare questa occasione per emettere il loro verdetto su quattro decenni di condotta dell'UE”.
Soprattutto gli americani, ricorda poi Evans-Pritchard, “dovrebbero capire perché una nazione potrebbe voler affermare la propria indipendenza”. Qui il riferimento è alla palese interferenza di Obama sul tema del referendum nel Regno Unito sull'adesione all'Ue, con la "minaccia" di retrocedere Londra, in caso di uscita dall'Ue, in fondo alla lista dei Paesi desiderosi di stipulare accordi commerciali con Washington.

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