L'Europa con un piede dentro la "sindrome giapponese"
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Il paper di Irving Fisher del 1933, The Debt Deflation Theory of Great Depressions, potrebbe essere di grande aiuto ad i paesi europei. L'argomento centrale è inconfutabile oggi: con i prezzi che diminuiscono, il peso reale del debito tende a crescere. Con questa premessa, Ambrose Evans Pitchard sottolinea sul Telegraph sottolinea come si dimentica troppo spesso che la deflazione è stata la causa della Rivoluzione americana, dopo la contrazione monetaria imposta dal Regno Unito, e della rivolta agricola nel 1880 e 1890 negli Stati Uniti.
Oggi è chiaro che ha creato una situazione insostenibile per molti paesi dell'Europa occidentale, con l'Eurostat ha stima il calo del'inflazione allo 0,9% per la zona euro nel suo complesso a settembre, il punto più basso dalla crisi Lehman e siamo molto al di sotto del 2% obiettivo della Bce. Non è un caso che anche il Governatore della Banca centrale svedese ed uno dei più grandi economisti al mondo, Lars Svennson, abbia citato il lavoro di Fisher con il suo paese ad inflazione zero.
L'euro zona, prosegue Evans-Pitchard, è vicina alla sindrome giapponese e quindi all'ulteriore esplosione del debito pubblico. In un paper molto interessante, Euro Area's Tightrope Walk, Zsolt Darvas di Bruegel rimarca come l'andamento dei prezzi attuali rischia di portare Italia e Spagna in “una traiettoria del debito senza uscita”. Un punto percentuale di diminuzione dei prezzi in Italia costa un ulteriore surlus di bilancio dell'1,3% rispetto al Pil per stabilizzare il debito. Darvas sostiene come le contraddizioni della strategia del debito europeo è tale per cui gli stati vittima sono costretti a ridurre il salario reale per reggere la competitività della Germania attraverso “svalutazioni interne”, ma questo frustra l'altro obiettivo di controllare il debito. Sono dannati se lo fanno, ma anche se non lo fanno quindi. Ed il verdetto è impietoso: il debito italiano è passato dal 121% al 132% negli ultimi due anni nonostante la scure dell'austerità ed i surplus primari. La Spagna dal 70 al 94%, il Portogallo dal 108 al 124% e l'Irlanda dal 104 al 123%. L'ultra austerità senza stimolo monetario ha creato questa spirale e l'unico modo per uscirne è alzando l'inflazione, con un aumento dei salari in Germania. "La Bce dovrebbe fare tutto quello che è in suo potere per evitare che l'inflazione scenda sotto il 2%”, conclude Darvas.
Ma l'istituto di Mario Draghi è fermo alle regole tedesche, con l'euro che si avvicina ad i massimi verso il dollaro, In questa situazione insostenibile, il Columnist del Telegrpah torna a ribadire una tesi portata avanti da tempo, Francia, Italia, Spagna ed il Club Med dovrebbero parlare con una sola voce nel board della Bce e dettare il cambiamento, forzando quella nuova politica di cui la regione ha bisogno. Hanno i voti e l'autorità legale per farlo. Inoltre, molti teorici monetaristi gli darebbero ragione. Purtroppo, però, questi paesi sembrano troppo impauriti e terrificati che la Germania stacchi la spina e ritorni al marco. Un bluff di Berlino, conclude Evans-Pitchard, che sarebbe poi una buona notizia per far ripartire la crescita nella periferia. Altrimenti, la lezione giapponese sulla deflazione rischia di condizionare il prossimo decennio europeo.

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