L'illusione di un'isola israeliana

Pensare di vivere isolati dal mondo arabo è il pericolo maggiore per il futuro del paese

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L'illusione di un'isola israeliana

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Leggendo della recente visita in Medio Oriente del presidente americano dalla stampa israeliana, Thomas Friedman in Israel: Bits, Bytes and Bombs sottolinea di aver avuto la sensazione che Obama non sia stato in Israele, ma in un atollo nel Pacifico o in Nuova Zelanda. Per spiegare questa provocazione Friedman utilizza un articolo di Ari Shavit su Haaretz, secondo cui negli ultimi anni Israele sta agendo come se non facesse più parte della regione medio orientale e si comportasse come un'isola che ignori di avere il mondo arabo al confine. 
E' incredibile pensare come la visita di Obama in Israele sia stata accompagnata da un rapporto sulle armi chimiche in Siria ed il lancio di missili da Gaza, ma che quesi nei media locali siano passati in secondo piano rispetto alla notizia degli investimenti che Accel Partners effettuerà in Israele nei prossimi mesi. La capacità di Israele di vivere distaccata dal resto della regione, sottolinea il Columnist del New York Times, è impressionante, ma anche illusoria e pericolosa: impressionante perché Israele è il solo paese nel mondo di oggi che ha attori non statali, armati con missili, in quatto dei suoi cinque confini - Sinai, Gaza, Libano del Sud e Siria – oltre ad una serie di stati in fallimento e nel caos alle frontiere, ed infine la questione del nucleare iraniano. In questo contesto, Israele ha saputo neutralizzare i suoi nemici e minacce con una economia in continua ascesa e basata sullo sviluppo delle nuove tecnologie. 
Ma la linea è molto sottile e l'illusione di poter vivere in una situazione d'autarchia senza relazioni con l'ambiente circondante resta molto pericolosa. Nessuna nazione può permettersi un tale approccio, soprattutto uno in cui i sei milioni di concittadini coabitano con 5 milioni di palestinesi. Il sogno di continuare ad occupare West Bank - con i 2,5 milioni di palestinesi al proprio interno - per soddisfare le aspirazioni bibliche dei coloni, ora con importanti ministeri nel nuovo governo di coalizione, è semplicemente follia. Con circa 600,000 israeliani che vivono a Gerusalemme est e West Bank, la finestra di una soluzione a due stati sta lentamente svanendo. 
I Palestinesi devono rompere gli indugi e dichiarare di essere pronti alle negoziazioni, l'unico modo per impedire nuovi insediamenti e testare per l'ennesima volta se il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ed il primo ministro Salam Fayyad possano essere le persone giuste verso un accordo di pace. Grazie alla loro cooperazione con le forze di sicurezza di Tel Aviv, nessun israeliano è stato ucciso a West Bank per terrorismo nel 2012; ma i palestinesi non sosterranno all'infinito questo ritiro dalla lotta senza alcuni passi concreti per la costituzione di uno stato palestinese.
Il miglior modo per Israele di affrontare il caos è di non affossare la parte moderata palestinese, ma aiutarla a costruire a West Bank uno stato che sia moderno, secolare e filo occidentale: uno stato dove musulmani, ebrei e cristiani possano vivere e lavorare insieme e che rifiuti gli esempi negativi e fallimentari proposti da Fratellanza Musulmana, Hamas. Se Israele e Palestina non riusciranno in questo intento che è nell'interesse di entrambi, il tentativo sarà ricordato non come un'opportunità persa, ma l'opportunità mancata e nessuna isola potrà salvarsi alla tempesta che ne seguirà. 
Nahum Barnea, columnist di Yediot Aharonot, ha sostenuto come Obama abbia realmente convinto tutti giovedì che sia un amico di Israele. Forse, conclude Friedman, doveva però fare maggiori pressioni perché il grande alleato scelga un futuro di pace.

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