L'Impero della guerra permanente prepara il caos in Europa

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L'Impero della guerra permanente prepara il caos in Europa

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di Alex Marsaglia

 

“L’obiettivo è usare l’Afghanistan per riciclare denaro al di fuori delle zone tassabili americane e al di fuori delle zone tassabili europee e trasferirlo nelle mani delle élite transnazionale della “sicurezza”. Questo è l’obiettivo, ovvero l’obiettivo è avere una guerra perenne, non vincerla. La coalizione contro la guerra è importante perché dobbiamo prevenire che diventi normale essere costantemente in guerra”.

Julian Assange, intervento video ripubblicato da WikiLeaks il 18 Agosto 2011 in occasione dei 10 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan

 

Quando gli Stati Uniti hanno lanciato il loro assalto alla Repubblica Islamica dell’Iran, assecondando i progetti colonialisti di Israele, ho parlato di guerra esistenziale per evidenziare come dallo scontro tra l’Iran (con alleati sino-russi) e la Coalizione Epstein ne sarebbe rimasto uno solo. Ora il conflitto si è appena raffreddato, ma assolutamente non risolto. E possiamo inserirlo nell’ennesimo conflitto aperto da parte degli Stati Uniti senza la capacità di chiuderlo. Entrambi i contendenti dello scontro sono ancora vivi, ma è risultato a tutti evidente come all’Iran bastasse sopravvivere per vincere. Viceversa, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare l’ennesima sconfitta, normalizzando la ritirata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto dell’alleato sionista della Coalizione Epstein.

Un’impresa che è ancora in corso e non sarà per nulla facile, perché il MoU stipulato con l’Iran per ritirarsi è contraddetto apertamente dal “cessate il fuoco” siglato con il Governo libanese e Israele. E quest’ultimo da attore coloniale dell’area mina costantemente la ritirata statunitense. Il vero elemento di continuità che occorre però analizzare è quello che caratterizza ormai l’imperialismo statunitense da mezzo secolo e che ha accompagnato l’Impero nel passaggio dal mondo bipolare, a quello unipolare sino all’attuale alba del mondo multipolare: hanno iniziato ad aprire conflitti in tutto il mondo senza risolverli sino in fondo in Vietnam (1955-75), a Grenada (1983), a Panama (1989-90), nella Prima Guerra del Golfo (1990-91), in Somalia (1992-95), nella ex-Jugoslavia (1995-1999), in Afghanistan (2001-2021), nella Seconda Guerra del Golfo (2003-2011), in Libia (2011), in Siria (2011-2024), nella guerra contro l’ISIS (2014-2019) e nella guerra in Ucraina (2014-oggi). Questo elemento è ormai la caratteristica principale dello Stato che nelle scorse ore ha manifestato pomposamente i suoi 250 anni dalla fondazione, riesumando nientemeno che “il comunismo” come nemico (https://en.ilsole24ore.com/art/trump-iran-communism-and-cancer-have-been-wiped-out-AIz2sR1D?refresh_ce=1).

A ben vedere dietro la ormai pesantissima e stanca retorica statunitense nei suoi 250 anni si cela un mix di competizione contro la Cina come nemico in terra e nello spazio che non può più essere nascosto neanche velatamente. Ma in condizioni in cui gli Stati Uniti ammettono di “essere indietro rispetto a Russia e Cina” nei livelli tecnologici e nella corsa allo spazio rispetto alla controparte, cosa alimenta la loro pretesa di superiorità? A ben vedere lo stesso elemento su cui si basa ormai la riproduzione capitalistica occidentale, cioè il militarismo e la guerra come business in grado di guidare sviluppo tecnologico e crescita economica. L’Impero americano è stato definito Impero del Caos[1] proprio a partire dalla sua capacità di aumentare l’entropia nelle aree geopolitiche che ritiene più interessanti e da cui è possibile estrarre maggiori rendite.

Così in questo 2026 abbiamo visto l’assalto alla Repubblica Bolivariana del Venezuela e a quella Islamica dell’Iran, principalmente per la risorsa petrolifera. Bisogna però aggiungere che, a seconda dell’affermazione di nuovi mercati, queste aree di interesse sono sottoposte a cambiamento, per cui dal Medio Oriente ricco di petrolio l’Impero ha progressivamente spostato la sua attenzione sull’Est Europa, il Caucaso e il Pacifico in cui si concentrano le nuove “terre rare”.

Non casualmente questa mappa fisica si sovrappone a quella politica che vede i BRICS come soggetto guida del mondo multipolare che possiede queste risorse per l’affermazione del nuovo ordine. Per l’imperialismo americano la lotta esistenziale agisce quindi su due piani che si uniscono: sconfiggere politicamente i BRICS e impadronirsi delle loro risorse essenziali nei nuovi mercati globali. La strategia verte sempre sull’elemento della destabilizzazione (si veda il recente caso armeno, come ultimo esempio in ordine cronologico) al fine di estrarre valore dalle aree del pianeta da cui si intravede una possibilità di rendita. La sovrapposizione dell’elemento fisico a quello politico consente poi all’imperialismo americano di rispettare il suo standard di efficienza: massimizzare i profitti e minimizzare i costi.

A meno di non ritenere un caso che l’assalto all’Iran sia giunto solo casualmente appena due anni dopo l’ingresso nei BRICS, mentre era da decenni che veniva pianificato ma mai realizzato. Allo stesso modo, abbiamo assistito alla destabilizzazione di due entità statali legate saldamente alla Cina e alla Russia come il Venezuela e l’Ucraina. Il puzzle geoeconomico si riunisce e si sovrappone alla perfezione con quello geopolitico in vista di un obiettivo ideologico chiaro: l’assedio a Mosca e soprattutto Pechino, ecco il “comunismo” riesumato da Trump nella retorica dei 250 anni. Il 2026 è infondo anche il primo anno in cui gli Stati Uniti hanno osato esplicitare chiaramente il loro vero nemico nella Repubblica Popolare cinese, mettendolo nero su bianco nel National Defense Strategy.

La competizione contro la Cina, che nell’era unipolare era apparsa unicamente come di mercato, è stata tramutata prima in una guerra commerciale diretta e poi in una strategia militare solo formalmente difensiva, ma nei fatti predisposta all’aggressione neocolonialista.

Il passaggio all’elemento militare è quindi sempre meno celato, sempre più esplicito, così come l’elemento della competizione che contraddice etimologicamente quello della cooperazione a cui invece è improntata la Cina. Persino nella nostra periferia dell’Impero, in cui le iene si azzuffano per i rimasugli lasciati dai grandi predatori americani e tedeschi, nientemeno che Confindustria si è scagliata contro la Repubblica Popolare cinese con parole quantomai ipocrite: “La Cina sta colonizzando i nostri mercati. Se l’Unione non sosterrà da subito le nostre produzioni, saremo costretti al deserto industriale. Da sola, la Cina genera oggi il 35% della produzione manifatturiera mondiale. È più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Il risultato? Dall’inizio del mandato di questa Commissione abbiamo perso 250mila occupati nella manifattura europea, che diventano un milione se si conta l’indotto. Non è un caso, ma è la conseguenza diretta di politiche che non sostengono l’industria anzi la spingono ad andarsene e a delocalizzare”[2]. Insomma, ad ascoltare la nostra imprenditoria industriale “stracciona” (come ebbe a definirla Togliatti), la colpa della delocalizzazione è da attribuire alle scarse sovvenzioni e non alla loro fame di facili profitti sulla pelle del minor costo dei salari. E dopo aver sbagliato valutazione sul lavoro, non mancano di sbagliare anche sul capitale, lamentandosi della colonizzazione, mentre si tratta di semplice perdita di competitività che difficilmente potrà essere recuperata con dazi e sanzioni commerciali. E così nel contesto geoeconomico raccogliamo ciò che si è seminato in quello geopolitico.

L’Unione Europea, fautrice della peggior deflazione salariale che ha favorito la Germania, i Paesi del Nord e dell’Est europeo massacrando il Sud, ora continua a promuovere la guerra commerciale con il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia. La Finlandia, penultimo Stato entrante nella NATO nel 2023 seguito a ruota nel suo allargamento a Nord-Est dalla Svezia nel 2024, ha aperto le porte alle armi nucleari lo scorso 18 Giugno abrogando il divieto in vigore dal 1987. Lo stesso programma è stato annunciato dalla Lituania che, per bocca del suo presidente Gitanas Nauseda, ha detto di voler partecipare direttamente alla deterrenza nucleare. Ancora una volta vediamo come i profitti erosi dal Mediterraneo negli scorsi decenni vengano progressivamente spostati verso il Nord-Est in un’ottica militare di aggressione, sostenuti da una pianificazione economica volta ad indebolire il “nemico” russo.

Tutto rientra nella medesima logica: la guerra permanente, la destabilizzazione e la promozione del caos in cui stavolta siamo immersi direttamente come europei. Coloro che negli scorsi anni hanno patito l’austeritaria “macelleria sociale” che ha drenato profitti con tagli al welfare, nei prossimi anni dovranno pagare il keynesismo militare in una sempiterna guerra di classe che pagano le classi subalterne. L’egemonia di guerra è già in campo per convincere che ciò che non si poteva spendere nel sociale, perché improduttivo e assistenzialista, ora si potrà “investire” nel settore militare perché portatore di sviluppo tecnologico e crescita economica.

L’unica alternativa resta quella già identificata da Assange nel suo monito: coalizzarsi contro la guerra, per evitare che diventi normale essere costantemente in guerra. Costruire il dissenso al keynesismo militare NATO-Commissione Europea-Unione Europea, nuova Trojka che userà la minaccia permanente per trascinare l’Europa in una nuova sorgente caotica del sistema-mondo da cui l’Impero drenerà preziosi profitti per la sua sopravvivenza.

 

[1] Cfr. A. Joxe, L’impero del caos. Guerra e pace nel nuovo disordine mondiale, a cura di A. Dal Lago e S. Palidda, Sansoni, Milano, 2003

[2] Relazione del Presidente di Confindustria E. Ordini all’Assemblea Nazionale, 26 Maggio 2026

Alex Marsaglia

Alex Marsaglia

Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero. 

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