L'Italia manca l'opportunità delle riforme

La finanziaria di Letta non va nella giusta direzione

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L'Italia manca l'opportunità delle riforme

Dopo aver profetizzato che Mario Monti sarebbe stato l'uomo sbagliato a guidare l'Italia, Wolfgang Munchau scrive oggi sul Financial Times che l'ex premier non avrebbe dovuto neanche guidare il piccolo partito centrista che ha creato. Le sue dimissioni da presidente di Lista Civica su una spaccatura di giudizio sulla finanziaria 2014 rappresenta uno di quei classici momenti della politica italiana frutto di rivallità e cospirazioni.
 
Il declino dell'ex commissario dell'Ue, prosegue nella sua analisi Munchau, è un sintomo dell'impossibilità di procedere con le riforme nel paese. Nella sua critica sostanziale alla legge finanziaria proposta dal governo di coalizione di cui Lista civica fa parte, Monti ha ragione: il programma di Letta è troppo timido per rilanciare la crescita. Il punto nevralgico è la riduzione di 2,5 miliardi di euro nel cuneo fiscale dei lavoratori, ma si tratta di un'inezia per completare il gap con gli altri paesi forti della zona euro – in Germania rimane venti volte inferiore.
 
Tagliare le tasse sul lavoro deve essere il punto da cui partire per ogni buona agenda di riforma, ma richiede un cambiamento di prospettiva della spesa e delle priorità di tassazione. Nell'ambito di unione monetaria con la competitiva Germania è difficile mantenere alti livelli di tassazione sul lavoro. A meno che non trovi un modo per costringere Berlino a cambiare rotta - difficile, diciamo così sottolinea il Columnist del Ft – sei tu che ti devi adeguare alla Germania. Per questo, come Monti, anche Letta ed il suo ministro dell'economia Fabrizio Saccomanni sono consci di quello che bisogna fare, ma incontrano diverse difficoltà. Il partito Democratico supporta la determinazione del premier nel mantenimento dei vincoli del 3% del deficit rispetto al Pil dell'Ue e si oppone ad ogni cambiamento necessario per una riduzione delle tasse nel mondo del lavoro. Al contrario, il partito di Silvio Berlusconi, il Popolo delle Libertà, altro membro della coalizione, si oppone ad ogni aumento sulle imposte ad i ceti più abbienti, alle rendite ed al consumo. In questo contesto, il margine di manovra è vicino allo zero.
 
Un taglio deciso alle tasse sul lavoro Letta lo avrebbe potuto fare, ad esempio, eliminando le province e le aziende statali inefficaci; ma nel breve periodo la priorità resta quella di far pulizia all'interno delle banche, che sono attualmente incapaci di prestare al settore privato. Non è possibile, sottolinea il Columnist del Financial Times, perseguire questi obiettivi nei vincoli del 3% del deficit imposti dall'Ue, del resto anche la Germania li ha infranti quando ha lanciato il suo programma di riforma nel 2003. Non bisogna aspettarsi che l'Italia farà lo stesso: pur di mantenere l'obbedienza alle regole fiscali di Bruxelles, Roma ha accettato il prezzo della crescita zero in futuro.
 
I prossimi mesi vedranno le proposte agli emendamenti alla legge finanziaria, prevede Munchau, con i falchi del Pdl che potrebbero forzare la mano fino a nuove elezioni. L'esperienza di Monti dimostra come i riformisti in Italia non vincono necessariamente le elezioni ed il centro-destra che sorgerà dopo Berlusconi non sarà certo riformista. La migliore speranza per il paese, conclude Munchau, resta Matteo Renzi, il sindaco di Firenze che si appresta a prendere la guida del PD.  Per prima cosa dovrà allineare il partito all'agenda riformista, così come il Labour inglese ha fatto negli anni '80 e '90. Ma l'Italia non ha troppo tempo: la preferenza per il mantenimento dello status quo e non per la riforma, nel non dichiarare default e stare nell'eurozona non porta da nessuna parte. Ed è il lascito più fallimentare dell'attuale establishment politico, Monti incluso.

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