Lo spettro della crisi valutaria delle economie emergenti sulla zona euro
Non c'è bisogno di arrivare all'inflazione zero per essere nei guai. E più si aspetta e peggio sarà.
2027
Dopo il disastro finanziario generato dai subprime americani e l'esplosione della crisi del debito della zona euro, scrive oggi Wolfgang Munchau sul Financial Times, l'economia globale si appresta ad una crisi valutaria dei mercati emergenti con ripercussioni potenziali molto pericolose.
Un ampio deflusso di capitali nella seconda metà del 2013 ha determinato in Turchia un crollo della valuta locale contro il dollaro e l'euro, con la Banca centrale del paese costretta ad aumentare in modo consistente i tassi d'interesse. Dopo un breve rialzo, la valuta ha proseguito a contrarsi. Una volta descritta come una delle potenze emergenti in ascesa, la Turchia ha quindi ora una valuta deprezzata ed alti tassi d'interesse: in un anno di elezioni locali e forse anche generali, il pericolo di instabilità politica potrebbe alimentare le speculazioni dei mercati valutari internazionali.
La debolezza delle valute e le paure d'inflazione, prosegue Munchau, hanno colpito anche Argentina e Sud Africa: la turbolenza non è – almeno non ancora – della scala delle crisi valutarie degli anni '90, ma ha già avuto un impatto globale al quale gli Usa hanno sicuramente maggiore capacità di difesa rispetto alla zona euro.
Su Grecia e Cipro l'impatto della crisi turca è di facile comprensione con la loro principale industria - il turismo – che risentirà dei prezzi molto minori che il suo principale contender, la Turchia, potrà offrire. Ed il tutto in una fase in cui salari e redditi sono stati ampiamente tagliati per rilanciare la competitività del mercato del lavoro. All'interno di una moneta troppo forte come l'euro - con il tasso di cambio reale cresciuto dell'1,7% a dicembre secondo i dati della Bank for International Settlements ed anche di più a gennaio secondo le prime rilevazioni – la zona è anche sull'orlo della deflazione. Ed in questo contesto una crisi valutaria alle porte non è una preoccupazione solo per Grecia e Cipro, ma per tutta la zona euro, il cui problema principale non è il commercio, dato il lieve surplus complessivo della bilancia commerciale, ma l'impatto del livello dei prezzi. Eurostat stima l'inflazione cosidetta core – che esclude merci volatili come energia e cibo – allo 0,8% a gennaio, ad un livello ormai consolidatosi nettamente al di sotto del target della Banca centrale europeo.
Siamo non lontani dalla deflazione ed uno shock dall'esterno potrebbe essere molto grave. Il presidente della Bce Mario Draghi ha promesso lo scorso mese una politica monetaria accomodante in caso di inflazione bassa prolungata. Questa condizione si è verificata e, sostiene il Columnist del Financial Times, sono attese ora le azioni promesse. Un ulteriore abbassamento dei tassi non è però sufficiente, dato che la politica monetaria ha molti effetti diretti per esempio nei mercati azionali, ma per generarli sui prezzi richiede tempo: ad esempio, un taglio dello 0,15% non potrebbe far alcuna differenza tra la deflazione e la stabilità dei prezzi.
E, inoltre, potrebbe già essere troppo tardi. Quello che è preoccupante è che permettendo all'inflazione di scendere al livello attuale, si è già prodotto un certo tipo di deflazione, come ha notato recentemente l'economista belga Paul de Grauwe: quando i tassi d'inflazione sono più bassi di quello che erano quando i tassi ufficiali d'inflazione erano positivi, le aspettative di inflazione futura sono più bassi di quello che erano quando i contratti dei debiti sono stati contratti e questo significa che quando l'inflazione diminuisce in modo costante, il valore del debito esistente cresce anche se non viene accumulato nessun nuovo debito.
E, inoltre, potrebbe già essere troppo tardi. Quello che è preoccupante è che permettendo all'inflazione di scendere al livello attuale, si è già prodotto un certo tipo di deflazione, come ha notato recentemente l'economista belga Paul de Grauwe: quando i tassi d'inflazione sono più bassi di quello che erano quando i tassi ufficiali d'inflazione erano positivi, le aspettative di inflazione futura sono più bassi di quello che erano quando i contratti dei debiti sono stati contratti e questo significa che quando l'inflazione diminuisce in modo costante, il valore del debito esistente cresce anche se non viene accumulato nessun nuovo debito.
Non c'è bisogno di arrivare all'inflazione zero per essere nei guai. E più si aspetta e peggio sarà. L'ultima cosa che l'economia globale ha bisogno in questo momento è una nuova crisi del debito europeo: è vero, conclude Munchau, che l'economia globale sta attraversando una debole ripresa ciclica, ma ognuno resta estremamente vulnerabile agli shock degli altri paesi.

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