L’Occidente è disposto a morire per il Califfo di Ankara?

Soprattutto dopo le stragi di Parigi, dovremmo trattare la Russia come un naturale alleato. E invece..

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L’Occidente è disposto a morire per il Califfo di Ankara?


Su gentile concessione di Piccole Note

«C’è rischio di uno scontro con i russi. Ma certi ambiti bellicisti non lo temono. Anzi, nella loro follia sembrano cercarlo». Era un cenno contenuto in una Postilla scritta ieri per descrivere quel che sta accadendo attorno a questa strana guerra siriana, dove la campagna militare russa contro l’Isis suscita reazioni in Occidente, che pure, soprattutto dopo le stragi di Parigi e il terrore che sta dilagando in Europa, dovrebbe essere un naturale alleato.
 
L’abbattimento di un bombardiere russo da parte della Turchia dà un significato più sinistro a quanto accennato ieri. Non era mai successo durante la Guerra Fredda che un areo militare russo fosse preso di mira da un Paese Nato, né è mai successo l’inverso. Particolare che dà la misura della criminale follia di quanto sta avvenendo.
 
Già aperto propugnatore del regime-change in Siria, Recep Tayyp Erdogan ha lanciato contro il Paese vicino decine di migliaia di miliziani jihadisti, sostenendo in vari  modi il conflitto che ha insanguinato il Paese. Ma quanto accaduto oggi è un salto di qualità inquietante. Ankara giustifica l’abbattimento spiegando che il jet russo aveva varcato i suoi confini, ma la Russia nega.
 
Tanti particolari sembrano smentire la versione turca, anzitutto il fatto che i piloti, paracadutatisi fuori, siano finiti tra le braccia dei miliziani siriani. Un video diffuso in rete immortala alcuni di questi assassini che sparano contro uno dei piloti mentre, inerme, plana verso terra. Un tiro al piccione al grido “Allah Akbar”. Lo stesso grido disumano risuonato per le vie di Parigi durante la mattanza… particolare sul quale riflettere.
 
Il fatto che i piloti siano caduti in Siria evidenzia che, se pure sconfinamento c’è stato, è stato irrisorio, a meno di immaginare un paracadute che viaggi per chilometri sulle ali del vento. Insomma la strumentalità dell’intercettamento appare in tutta la sua chiarezza.
 
Anche perché, al di là delle controversie sul punto, il fatto che il jet abbia o meno varcato i confini turchi è in realtà un particolare secondario. Ankara sapeva benissimo cosa faceva quell’aereo in zona: stava compiendo un’operazione contro i miliziani jihadisti. Non costituiva affatto una minaccia per la sua integrità territoriale.
 
Tra l’altro, la coalizione anti-Isis guidata dagli Usa, della quale Ankara fa parte, aveva siglato con la Russia un accordo che prevedeva un coordinamento operativo per evitare incidenti del genere. Insomma, le giustificazioni prodotte dalle autorità turche risultano invero poco credibili.
 
Ovviamente la reazione di Putin è stata durissima, né si poteva immaginare diversamente. Una reazione che sembra sia stata cercata da Ankara, tanto che, subito dopo aver scritto una pagina di cronaca nera, la Turchia ha chiesto la riunione di un vertice Nato. Al di là delle motivazioni ufficiali (spiegazioni sull’abbattimento), in quella sede cercherà di trovare la solidarietà degli alleati. Una forzatura che darà comunque dei risultati, dal momento che appare difficile che l’Alleanza possa sconfessare apertamente uno dei sui membri.
 
«Invece di contattarci immediatamente – ha detto Putin -, la parte turca si è rivolta ai suoi partner nella Nato per discutere dell’incidente, come se fossimo stati noi ad aver abbattuto il loro aereo». Difficile dar torto al presidente russo, che di fatto giudica tale iniziativa come un ulteriore atto ostile.
 
Non è il primo attrito tra Russia e Turchia in Siria. Già in precedenza aerei turchi e russi avevano dato vita duelli a distanza risolti senza scontri.
 

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